"Fine pena mai", di Davide Barletti e Lorenzo Conte
C'è nel film uno slancio ingenuamente cinefilo, quasi adolescenziale, con i due registi che raccolgono la sfida di trasportare il gangster-movie in una dimensione geografico-culturale fieramente provinciale, ma anche la velleità europeista di un'ulteriore cifra d'autore, un taglio “alto”, che trae la propria estetica da una visione sacrale e al solito oleografica del Sud
Non è che lasci ben sperare l'ultimo prodotto del prepotente ritorno al gangster-movie del cinema italiano. Girato quasi interamente a Lecce, con pochi soldi ma un cast che si fa notare, Fine pena mai racconta senza entusiasmare una storia di entusiasmanti scalate criminali, di ambizioni sfrenate piegate dall'eroina, del potere violento e senza freni raggiunto dalla Sacra Famiglia Unita alla fine degli anni '70.
Ed a ben vedere, la fragilità di un film così maledettamente emblematico dello stato del cinema in Italia sta tutta in un'essenziale ambiguità, in una duplicità d'intenti che riflette fedelmente la congenita debolezza di tanti film nazionali.
Da una parte lo slancio ingenuamente cinefilo, quasi adolescenziale, con cui Barletti e Conte raccolgono la sfida di trasportare il genere-culto in una dimensione geografico-culturale fieramente provinciale, preservandone però contemporaneamente l'aura epica. Insomma: esordienti alle prese col proprio cinema-feticcio, con i suoi maestri, con la lezione hollywoodiana da omaggiare necessariamente in ogni sequenza. Cinema assorbito, fagocitato e restituito con somma riverenza e al tempo stesso con una drammatica pochezza di mezzi, un'indigenza produttiva così plateale da sfiorare clamorosamente l'effetto-parodia.
Dall'altra la velleità europeista di un'ulteriore cifra d'autore, un taglio “alto”, che tragga la propria estetica da una visione sacrale e al solito oleografica del Sud. Così una volta scelto il genere – una volta installati il telaio scorsesiano e gli effetti alla De Palma – Barletti e Conte decidono di scuoterli con i ritmi onirici, i rituali ed i simboli di una terra dall'immaginario già ampiamente abusato.
Viene fuori un film che sembra al contrario senza coordinate, come paradossalmente inconsapevole del suo territorio e del suo effettivo potenziale: incapace di nascondere i propri vizi di costruzione perché impegnato a confrontarsi con un'intera, schiacciante, idea di cinema. Un film buttato via, un film che fallisce perché accecato dalla chimera di un standard che non può raggiungere, una storia che cerca a tutti i costi di strafare anziché darsi una sistemata. Nella volontà di esser altro, smaschera ciò che è e dunque la sua sostanziale inadeguatezza. E con la stessa cieca ostinazione Fine pena mai sembra rifiutare altezzosamente gli insegnamenti del poliziesco italiano di qualche decennio fa (non sia mai!) prendendo nettamente le distanze dalla rivoluzionaria umiltà e dalla potenza inedita di un cinema, quello si, realmente e perfettamente rispettoso del proprio tempo e del proprio mondo, scegliendosi invece riferimenti altri (Meirelles?) da imitare pedissequamente ma senza speranza.
I primi a farne le spese, appare lampante, sono gli attori. Claudio Santamaria - voce narrante nei panni del boss Antonio Perrone - si ritrova a disagio come raramente in passato, schiacciato da una maschera che non gli appartiene, alle prese con un dialetto che non conosce e con un racconto che non gli lascia libertà nè grandi chance. Ennesima testimonianza di un cinema che non solo spreca il proprio patrimonio attoriale - sposando una concezione molto italiana del recitato, una cultura autoriale che sembra considerare l'attore semplice strumento e non invece materia prima da esaltare – ma che peggio ancora lo intrappola e mortifica, annichilendone le straordinarie potenzialità e soffocandone l'energia dentro film a corto di fiato.
Regia: Davide Barletti, Lorenzo Conte
Interpreti: Claudio Santamaria, Valentina Cervi, Danilo De Summa, Giuseppe Cicciriello, Daniele Pilli
Distribuzione: Mikado
Durata: 90’
Origine: Italia, Francia 2007
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