BERGAMO FILM MEETING 26 - "La Pelota Vasca. La Piel contra la Piedra", di Julio Medem
Questo importante documentario realizzato dal regista basco nel 2003 e incentrato proprio sulla ‘questione basca’, i nazionalismi, l’Eta, il Partito Popolare Spagnolo, diventa sorprendentemente testo perfetto per ‘schizzare’ i contorni del cinema dell’autore di Lucia y el Sexo. Come la lingua basca, il cinema di Medem pare senza reale appartenenza, estraneo, inafferrabile, dal ceppo di provenienza sconosciuto.
Succede spesso che si riesca a focalizzare ed ‘estrapolare’ meglio gli stilemi e l’essenza del cinema di un autore, paradossalmente nell’istante in cui lo si ha di fronte impegnato in operazioni in apparenza lontanissime dall’immaginario perseguito e dal percorso intrapreso dalla rispettiva filmografia. Ecco che questo importante documentario realizzato dal basco Julio Medem nel 2003 e incentrato proprio sulla ‘questione basca’, i nazionalismi, l’Eta, il Partito Popolare Spagnolo, diventa sorprendentemente il testo più perfetto e cristallino per ‘schizzare’ i contorni del cinema dell’autore di Lucia y el Sexo, Tierra e Caotica Ana, a cui l’edizione 2008 della manifestazione bergamasca dedica una personale. Lo sguardo sregolato, sfrenato e poliforme per il quale è noto Medem, non subisce a conti fatti alcuna restrizione dalla destinazione documentaria di quest’opera che, alla sua uscita nazionale, fu seguita da uno strascico di non poche polemiche e da una parte, e dell’altra degli ‘schieramenti interessati’. Innanzitutto, il regista da voce a ben 70 intervistati – ex-terroristi, vittime, attivisti, scrittori, artisti, politicanti, etnografi, giornalisti, sociologi, antropologi. Poi recupera tutto uno sterminato repertorio che passa da filmati di fonti storiche ed ‘ufficiali’, spezzoni di una lunga serie di film (tra cui il suo esordio Vacas), addirittura l’illuminante episodio dedicato alla Terra Basca da Orson Welles per la sua serie perduta di reportage di viaggio Around the world with Orson Welles – è da lì che gli viene l’idea di dare a tutto il film il ritmo di una violenta e serrata partita di pelota i cui frammenti fulminei (dal documentario Pelota di J. Leth) tornano ciclicamente nel montaggio: nel lavoro di Welles un bambino spiegava all’occhio interessato di Orson la ‘purezza’ della pelota basca. Questo è in realtà uno dei punt
i cardine anche della ‘questione-Medem’. Ovvero l’appartenenza linguistica. La lingua basca non proviene da alcun ceppo europeo di linguaggio (“la lingua è poetica, non politica!”), è una delle caratteristiche fondative dell’anima basca, ed esplicita con l’evidenza della sua estraneità dall’idioma parlato nella nazione ‘ospitante’, lo spagnolo, il reale conflitto interno ad ogni basco. Ovvero come sentire la reale appartenenza a questa identità collettiva, come risolvere la sua stessa presenza senza considerarla un’aberrazione all’interno della già frastagliata unità nazionale iberica. Anche il cinema di Medem è senza reale appartenenza, un occhio sostanzialmente estraneo di cui non si riconosce il ceppo di provenienza, un’anima multiforme difficile da inquadrare. Eppure, come il sanguinoso, complicatissimo, spaventosamente intricato conflitto basco pare ridursi ad uno straziante dilemma interno ed interiore ad ogni essere umano basco nato in “quella sorta di nuova Arcadia” (Welles ripreso da Medem dice che è molto più facile dire cosa un basco non è – francese, spagnolo –...“non conosciamo i loro antenati: in un certo senso sono aborigeni”), così l’ostinazione cocciuta (e davvero ‘nazionalista’ in qualche modo!) di Medem verso le forme del suo cinema nasconde un’essenza minimalista, di sentimenti ‘puri’ e meravigliosamente ‘piccoli’ e ‘terreni’. Allora, l’idea più forte dell’intero – e molto bello – documentario di Julio resta il modo in cui realizza le interviste con i numerosi opinionisti intervenuti. Stagliandoli davanti a sfondi che riprendono ‘spazi rurali tipici della geografia basca: spiaggie, scogliere, colline, fattorie’, molto spesso reali ma con più d’un dubbio di trasparenze o giochi di vetri e specchi, Medem continua a p
orsi da subito ad un passo dall’essere ‘troppo facile’. Proprio in quell’istante, lo salva il procedimento estremista (terrorista?) a cui costringe le sue immagini. Presentando – e anche ‘salutandoli’ in un montaggione finale – i vari intervistati, lascia partire un ardito movimento dell’obiettivo che si avvicina sempre di più al corpo ed allo sguardo del personaggio, librandosi libero un attimo prima di colpirlo in fronte, verso il cielo vero/finto dello sfondo così tipicamente basco che gli si intravede alle spalle. Così, con lo stesso movimento di macchina in cui raggiunge il massimo dell’interiorizzazione (‘penetrare’ negli occhi e nell’anima del personaggio), Medem realizza allo stesso tempo ogni volta una nuova ‘scoperta dell’artificio’, lanciando il suo sguardo libero a vagare verso circonvoluzioni ed invenzioni continue in un cielo che solo così diventa realmente ‘universale’. Allora, l’affermazione di uno degli intervistati davvero pare adattarsi perfettamente all’essenza più profonda del cinema di Julio Medem: “io sono [un regista...] basco – ma nessuno può venire a dirmi in che modo devo esserlo”.
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