"Sex and the City" di Michael Patrick King
Occorrerebbe aver conosciuto qualcosa, qualcuno, per provarne nostalgia. Per questo abbiamo chiesto due occhi in prestito. Perché, il limite, sin troppo ovvio, del film è quello di essere un continuo gioco di rimandi a un passato (s)conosciuto. La sceneggiatura di King riparte dall’ultima puntata della serie TV e fatica a ritrovare il ritmo, prende e chiede tempo. Ma poi, a un tratto, qualcosa accade
Se si potesse scrivere per interposta persona, lasciando da parte l’io… Non arriviamo a capire la nostra vita, tanto meno un film su quattro vite di cui non sappiamo nulla. Perché, per onestà, dobbiamo ammettere di non aver mai visto un episodio di Sex and the City. Occorrerebbe aver conosciuto qualcosa, qualcuno, per provarne nostalgia. O forse è il non essere mai stati in un posto che mette in moto il dolore dell’assoluta impossibilità di un ritorno. Ma qui il segreto e il mistero non sono contemplati. Le immagini dovrebbero riportarci a casa, almeno per un attimo. Riportarci al nostro io…a me.
Per questo mi sono fatto prestare gli occhi. E la sensazione, vertiginosa, è quella di uno sdoppiamento. Con quali occhi vedere? I miei, assolutamente inconsapevoli, o forse qui fin troppo presenti a se stessi per lasciarsi andare. O gli altri, consci di ogni minimo segreto, o forse fin troppo innamorati per non amare, nonostante tutto, questo film? Quando Mr. Big propone a Carrie di sposarla e la donna lo rivela alle sue amiche, tutto sembra esagerato eppure, a suo modo, pre-visto. Ma qualcuno, nel buio della sala, sussurra: “forse non ti rendi conto di cosa significhi tutto questo?”. Cosa? Non lo so…posso solo immaginarlo, ma quei fantasmi che mi passano davanti davvero non li riconosco. E’ questo allora il limite di Sex and the City, limite sin troppo ovvio, a pensarci bene: quello di essere un gioco continuo di rimandi a un passato (s)conosciuto. Del resto il film è scritto e diretto da Michael Patrick King, sceneggiatore di ventidue e regista di dieci dei 94 episodi della serie ideata da Darren Starr, a partire dal racconto di Candace Bushnell. E King parte proprio lì dove le protagoniste erano state lasciate quattro anni fa. Ma ogni ripartenza richiede tempo. Dopo esser stati fermi per anni, si fa fatica a tornare in forma. Charlotte, che scopre di essere incinta, per paura lascia da parte la sua fissazione per la corsa. Le ci vorranno mesi per riacquistare la falcata. Allo stesso modo la sceneggiatura stenta a trovare il ritmo. Chi era al mio fianco l’aveva immaginata più briosa, più irriverente, più scorretta. Nulla di tutto questo. Da parte mia, riconosco i famosi punti di svolta, ma sembrano talmente marcati, incomprensibili, da rimanerne fuori. E per un film che si regge interamente sullo script è un bel problema. Siamo lontani da Il diavolo veste Prada. King e Frankel hanno frequentato la stessa “scuola” della serie TV, ma il secondo si mostra più sottilmente corrosivo del mondo che rappresenta. Il cuore sì, ma anche tutto ciò che c’è intorno. King, invece, parla d’amore, di donne e uomini, il sesso è un corollario, lo sfondo è sfocato. Ma l’amore, il suo, il loro, il mio, ha bisogno dei suoi tempi e dei suoi riti, delle sue lente costruzioni. Ecco, però, che, pian piano, qualcosa a un tratto accade. E’ quella corsa di Carrie la sera di capodanno: Manhattan e il freddo dell’inverno, la neve, i baci (non dati) d’auguri, solitudini e sogni d’amore. Rivedo Harry che corre, disperato, a dichiarare il suo amore a Sally. Finalmente riconosco qualcuno, i vecchi amici, i biscotti della tradizione, i mille ristoranti cinesi, i noodles precotti. Lo sdoppiamento è finito. Gli occhi riportano al cuore.
Titolo originale: Id.
Regia: Michael Patrick King
Interpreti: Sarah Jessica Parker, Kim Cattrall, Kristin Davis, Cynthia Nixon, Chris Noth, Jennifer Hudson, David Eigenberg
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 148’
Origine: USA, 2008
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