ROTTERDAM 38 - "JCVD" di Mabrouk el Mechri
Mabrouk el Mechri, giovane attore-regista al secondo lungometraggio, rende ai “Muscles from Brussels” solo metà del servizio dovuto. Perché in definitiva preferisce guardare a se stesso e a quanto è bravo con la macchina da presa, piuttosto che alla forza espressiva automatica del van Damme 47enne, rovescio della medaglia della “magnitudo” che JCVD aveva incarnato negli anni d’oro – o meglio sua re-incarnazione e compimento supremo.
Che sia ormai un vero e proprio genere, è chiaro. Il ritorno di Indiana Jones, il doppio ritorno di Stallone, persino quello di Mickey Rourke con The Wrestler… sembra insomma che, proprio mentre fuori si sbriciola la reaganomics, al cinema in questi mesi spetti uno sbriciolamento altrettanto annunciato e prevedibile, quello dei “corpi gloriosi” degli anni 80 che di colpo si scoprono fantasmi… fantasmi più che mai vivi, ma fantasmi. Corpi postumi che sopravvivono alla propria stessa ultrafisicità in qualche modo disattivata ma presente. Il punto, in questa sopravvivenza potuma degli anni 80, sta proprio nel raggiungere questo “ma”. Prima o poi doveva toccare anche ai “muscles from Brussels” di Jean-Claude Van Damme. Mabrouk el Mechri, giovane attore-regista al secondo lungometraggio, gli rende solo metà del servizio dovuto. Perché in definitiva preferisce guardare a se stesso e a quanto è bravo con la macchina da presa, piuttosto che alla forza espressiva automatica del Van Damme 47enne, rovescio della medaglia della “magnitudo” che JCVD aveva incarnato negli anni d’oro – o meglio sua re-incarnazione e compimento supremo.
d’occhio e ruffianerie varie, el Mechri la butta sul barocchismo facile facile. Che lo voglia o no, questo lato molto, troppo “Aware” (aggettivo che van Damme usa tantissimo anche quando parla in francese) non fa che divaricare la disparità tra lo “spettacolo muscolare” con tutta la sua artiglieria pesante stilistica del caso, e lo spettacolo non più (solo) muscolare, non più (solo) tecnica-fatta-carne di van Damme e della sua figura presente. Trascurando insomma (a differenza di Spielberg, Stallone, Aronofsky e gli altri) che il corpo “post-glorioso” dell’eroe è già di per sé la sintesi immediata di questa polarità. Già lui da solo è subito la tecnica e il suo eccesso, non solo “tecnica fatta carne”, ma la carne come eccesso immediato della tecnica/forza che pure incarna. E questa sintesi immediata che è questo “post-eroe” il regista deve assecondarla, non sovrapporglisi sconsideratamente. Per cui anche quando filma per minuti van Damme in uno straordinario monologo/confessione, non riesce a non esibire nemmeno il fatto che lo sta semplicemente ascoltando, e gli ritaglia (con luci, frontalità di ripresa) intorno una specie di aura di cui van Damme non ha nessun bisogno, perché la è già di suo. La smania scomposta di invenzioni linguistiche di el Mechri non può non venire eclissata, comunque sia, dall’intensità automatica di van Damme – che il linguaggio, appunto, lo massacra. È ancora di JCVD, infatti, la massima che sintetizza come meglio non si potrebbe questo testa-a-testa tra regista attore che non può non finire dalla parte del secondo comunque la si voglia girare: “Uovo cade su una pietra, uovo si rompe; pietra cade su un uovo, uovo si rompe”.
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