"Le mie grosse grasse vacanze greche", di Donald Petrie
Una schematica sovrapposizione di moduli domina Le mie grosse grasse vacanze greche di Donald Petrie. Una commedia che nulla sembra volere raccontare e che pervasa un pesante e prevedibile buonismo fa rimpiangere, il cinismo nostrano delle vacanze natalizie.
Se proprio volessimo trovare un pregio a questa commedia sgangherata e prevedibile, sarebbe quello di avere fatto centro nel ridicolizzare l’assenza di qualsiasi interesse del neo-turista da viaggio organizzato per qualsivoglia spunto culturale che il viaggio possa offrire. Giorgia, una guida turistica dalla doppia nazionalità americana e greca, in attesa di ottenere un impiego negli Stati Uniti, si dedica al suo lavoro di guida turistica in un’agenzia dove il suo interesse per la cultura è derisa, tanto da vedersi affidata il peggio degli alberghi, il peggio degli autobus e il peggio degli autisti. Con un’ottica inversa a quello di Il mio grosso grasso matrimonio greco, dove la stessa Nia Vardalos vestiva i panni della protagonista, i vizi, stavolta, non appartengono ai greci ma ai turisti ignoranti e felici che popolano il film. La cultura sarà messa da parte e Giorgia si accorgerà che forse, in fondo, la vacanza va bene anche senza gli inutili orpelli della cultura. Per contraltare emergerà l’umanità prevedibile dei personaggi.
Il film sta tutto in questa schematica sovrapposizione di moduli, ormai decisamente consolidati, ad una storia che per nulla sorprende e che in fondo nulla pare voler raccontare. Un buonismo melenso e straripante - anche laddove servirebbe della cattiveria acida e insolente (come fa Giorgia a sopportare tutte quelle quotidiane angherie?) - pervade malinconicamente tutto il film. Anche i giudizi sulle varie tipologie dei turisti americani tonti, australiani esaltati e incomprensibili e via discorrendo, proprio perché privati di qualsiasi ragion d’essere, appaiono stanchi e vuoti, gusci senza contenuto. Personaggi tutti stereotipo, il che potrebbe anche starci, se l’operazione non fosse così stereotipata a sua volta. Tutti solo desiderosi di divertimento, mentre sotto gli occhi scorrono le pietre di un’antichità carica di storia, anche se a tratti la sponsorizzazione del Ministero del turismo greco è fin troppo fastidioso. Ma lo spettatore, trattandosi di una commedia, aspetta, con ansia, vedendo scorrere il tempo del film, il momento della risata che lo libererà dalla noia che avanza e che neppure la prevedibile storia d’amore di Giorgia con l’aitante autista riuscirà ad arginare. Non arriva, purtroppo, neppure un sorriso, un momento di involontaria e autentica leggerezza.
Non salva il film neppure la scialba presenza di Richard Dreyfuss, vedovo ancora virilmente impegnato e perdutamente innamorato della moglie scomparsa qualche anno prima, nonché mentore e guida nelle faccende d’amore della goffa Giorgia. Il suo malore su una spiaggia dove si vorrebbe celebrare un addio alla civiltà, indurrà il gruppo dei banali turisti a ritrovarsi, con le lacrime agli occhi al suo capezzale, mentre il povero Dreyfuss è costretto, da una sceneggiatura inesistente, con un berretto viola in testa e con un’aria da: che ci faccio qui?
Davanti ad una commedia così insopportabilmente inutile e dalle pretese umanistiche, così pervasa dall’insostenibile buonismo, sarà necessario ancora una volta rivalutare il cinismo nostrano delle vacanze natalizie.
Titolo: My life in Ruins
Regia: Donald Petrie
Interpreti: Nia Vardalos, Richard Dreyfuss, Alexis Georgoulis
Distribuzione: Videa – CDE
Durata: 95’
Origine: USA, Spagna 2009
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