"La battaglia dei tre regni", di John Woo
A film finito, ci ritroviamo accecati come Chow Yun-fat di The Killer. Non c’è tregua. Subito in medias res, catapultati sul terreno di guerra. John Woo non si smentisce. Per lui anche la storia è action. Ripropone tutte le sue ossessioni. Ma qui più che altrove il cinema è davvero un campo di battaglia dove si combatte con la morte. I corpi e i volumi, le masse, l’organizzazione della messa in scena. E’ tutta una strategia militare che dà ordine all’informe, per poi farlo riesplodere nel sangue e nel furore
Già c’era stato un timido segnale di riavvicinamento con All the Invisible Children. Ora dopo un guerra con gli studios hollywoodiani durata più di quindici anni, John Woo torna a casa come un vecchio eroe, per portare a compimento un sogno inseguito per anni. Un film sulla leggendaria battaglia di Chi bi (le Scogliere rosse), evento cruciale della storia e della coscienza collettiva cinese, cantato da poeti e scrittori. Siamo nel 208 d.C. Ultimi bagliori della dinastia Han, minacciata dal potere crescente dei signori della guerra. Il potente e ambizioso Cao Cao convince il debole imperatore a dichiarare guerra ai regni del Sud. Il primo a subire l’attacco è valoroso Liu Bei, il quale, di fronte alle soverchianti forze nemiche, è costretto a una drammatica fuga con tutto il suo popolo. L’unico a tener viva speranza è lo stratega Zhu-ge Liang (Kong Ming nella versione italiana), il quale propone un’alleanza con il fiorente regno di Sun Quan. La posta in gioca è alta. I consiglieri di Sun Quan sono riluttanti a dichiarare guerra agli Han. Ma Zhu-ge Liang riesce a convincere il vicerè Zhou Yu, condottiero leggendario. Il regno di Xu e quello di Wu stringono alleanza. La battaglia è imminente. Presto le acque dello Yangtze saranno messe a ferro e fuoco. Ottanta milioni di dollari, un cast eccezionale (Tony Leung Chiu-wai, Takeshi Kaneshiro, Chang Chen, Zhang Fengyi), una durata complessiva di cinque ore suddivise in due film, ridotte per il mercato occidentale a ‘soli’ 148’. La battaglia dei tre regni è il kolossal più costoso della storia del cinema cinese. Alla faccia di Zhang Yimou. Qua si respira l’aria di una sfida epica. Il cinema incontinente di John Woo all’incontro definitivo con la storia. E proprio per questo, il desiderio di vedere la versione integrale diviene
incontrollabile. Chissà mai a quali incredibili deliri si sarà spinto Woo in cinque ore di combattimenti e passioni estreme? Una domanda ancor più legittima, se si pensa che la cifra immediata di questa versione di 148’ è la sua velocità incontenibile. ‘Questa’ battaglia dei tre regni è un colpo di arma da fuoco che brucia gli occhi. A film finito, ci ritroviamo accecati come Chow Yun-fat di The Killer. Non c’è tregua. Subito in medias res, catapultati sul terreno di guerra. Una voce narrante prova a confonderci, a distoglierci dall’azione che incalza. Ma è solo un attimo. John Woo ristabilisce immediatamente la gerarchia. Ciò che conta non è la narrazione di un evento già compiuto, ma cogliere ciò che accade negli infiniti attimi che ne compongono il movimento. Le coreografie del maestro Corey Yuen raccontano l’armonia della lotta. Ma non sarebbero nulla, se la danza incessante della macchina da presa e il turbinio del montaggio non restituissero una fluidità incredibile. E così anche nei momenti più sentimentali e riflessivi, il movimento sembra inarrestabile, come nella splendida scena in cui Kong Ming e Zhou Yu intrecciano il suono dei loro strumenti a corde. John Woo non si smentisce. Per lui anche la storia è action. Ripropone tutte le ossessioni del suo cinema e come al solito se ne frega di apparire kitsch. Il senso dell’onore, l’amicizia virile, il sacrificio degli eroi. Colombe in volo e poi quei primi piani violenti come schiaffi al cuore, saldi come strette di mano, teneri come baci. La fiamma dell’amore e l’orrore della violenza viaggiano all’unisono. Come sempre. Ma qui, ancor più che altrove, Woo fa affiorare altri fantasmi, a cominciare da Sam Fuller. Qui il cinema è davvero un campo di battaglia dove si combatte con la morte. I corpi e i volumi, le masse, l’organizzazione della messa in scena. E’ tutta una strategia militare che dà ordine all’informe, per poi farlo riesplodere nel sangue e nel furore. Lo sguardo del regista cattura i nostri occhi e li affida a una colomba, una macchina da presa che abbraccia lo spazio intero. Visti dall’alto, gli uomini si muovono a tempo come macchine. I corpi uniti si confondono, scompaiono tra formazioni a testuggine e a oca, rotazioni, levate di scudi. La furia della violenza, ammansita dalle danze della forma, è riassorbita nell’armonia dell’universo. Ma quando si ritorna a terra, quegli stessi corpi riacquistano la loro individualità, la loro concretezza. Il fuoco brucia, la guerra distrugge. E la pietà e l’onore tornano a restituire umanità ai cuori.
incontrollabile. Chissà mai a quali incredibili deliri si sarà spinto Woo in cinque ore di combattimenti e passioni estreme? Una domanda ancor più legittima, se si pensa che la cifra immediata di questa versione di 148’ è la sua velocità incontenibile. ‘Questa’ battaglia dei tre regni è un colpo di arma da fuoco che brucia gli occhi. A film finito, ci ritroviamo accecati come Chow Yun-fat di The Killer. Non c’è tregua. Subito in medias res, catapultati sul terreno di guerra. Una voce narrante prova a confonderci, a distoglierci dall’azione che incalza. Ma è solo un attimo. John Woo ristabilisce immediatamente la gerarchia. Ciò che conta non è la narrazione di un evento già compiuto, ma cogliere ciò che accade negli infiniti attimi che ne compongono il movimento. Le coreografie del maestro Corey Yuen raccontano l’armonia della lotta. Ma non sarebbero nulla, se la danza incessante della macchina da presa e il turbinio del montaggio non restituissero una fluidità incredibile. E così anche nei momenti più sentimentali e riflessivi, il movimento sembra inarrestabile, come nella splendida scena in cui Kong Ming e Zhou Yu intrecciano il suono dei loro strumenti a corde. John Woo non si smentisce. Per lui anche la storia è action. Ripropone tutte le ossessioni del suo cinema e come al solito se ne frega di apparire kitsch. Il senso dell’onore, l’amicizia virile, il sacrificio degli eroi. Colombe in volo e poi quei primi piani violenti come schiaffi al cuore, saldi come strette di mano, teneri come baci. La fiamma dell’amore e l’orrore della violenza viaggiano all’unisono. Come sempre. Ma qui, ancor più che altrove, Woo fa affiorare altri fantasmi, a cominciare da Sam Fuller. Qui il cinema è davvero un campo di battaglia dove si combatte con la morte. I corpi e i volumi, le masse, l’organizzazione della messa in scena. E’ tutta una strategia militare che dà ordine all’informe, per poi farlo riesplodere nel sangue e nel furore. Lo sguardo del regista cattura i nostri occhi e li affida a una colomba, una macchina da presa che abbraccia lo spazio intero. Visti dall’alto, gli uomini si muovono a tempo come macchine. I corpi uniti si confondono, scompaiono tra formazioni a testuggine e a oca, rotazioni, levate di scudi. La furia della violenza, ammansita dalle danze della forma, è riassorbita nell’armonia dell’universo. Ma quando si ritorna a terra, quegli stessi corpi riacquistano la loro individualità, la loro concretezza. Il fuoco brucia, la guerra distrugge. E la pietà e l’onore tornano a restituire umanità ai cuori. Titolo originale: Chi bi
Regia: John Woo
Interpreti: Tony Leung Chiu-wai, Takeshi Kaneshiro, Chang Chen, Zhang Fengyi, Zhao Wei
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 148’
Origine: Cina, 2008-2009
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