"Un alibi perfetto", di Peter Hyams
Mirando a un paio d’ore di intrattenimento piuttosto che a emulare il film di Fritz Lang, Peter Hyams confeziona un thriller chiassoso e sopra le righe che sceglie di puntare sull’azione e sulla suspense dei colpi di scena dentro e fuori dall’aula – con l’alternarsi continuo di prove false, vere o apparenti

Non è il confronto con L’alibi era perfetto (1956) di Fritz Lang il problema maggiore di questo remake firmato da Peter Hyams. Chiassoso e sopra le righe dove l’originale era sobrio ed essenziale, completamente svuotato di qualsiasi riflessione morale, Un alibi perfetto sembra puntare decisamente più all’intrattenimento senza pretese che non a omaggiare la struttura narrativa, l’atmosfera, o tanto meno l’estetica del noir classico. Peter Hyams è un regista non privo di qualità ed ha diretto in passato altri thriller a sfondo processuale, come il più che passabile Condannato a morte per mancanza di indizi (1983), sempre con Michael Douglas, allora nel ruolo di un giudice che, stanco dei cavilli che gli impongono di rimettere in libertà i criminali, entra a far parte di una corte segreta che emette in privato sentenze di morte. In Un alibi perfetto Douglas interpreta un personaggio in un certo senso speculare: è un procuratore distrettuale della Louisiana sospettato di aver fabbricato prove false per ottenere le giuste condanne in diversi casi di omicidio, ma non per l’ansia di assicurare i criminali alla giustizia bensì per favorire la propria candidatura a governatore. A nutrire i sospetti è un giovane giornalista di una tv locale, mosso anche lui non da indignazione morale, ma dalla prospettiva di realizzare un’inchiesta che gli valga il premio Pulitzer, per il quale è pronto a farsi credere il maggiore sospettato di un omicidio seminando prove indiziarie a proprio carico. Senza ambire a profondità langhiane, se ne poteva trarre qualche riflessione non banale sull’avidità umana e soprattutto sul potere della messa in scena, sfruttando le implicazioni offerte in questo senso dal contesto attuale del film e dall’amplificato ruolo dei mass media rispetto all’epoca di Lang. Invece Hyams sceglie di puntare sull’azione e sulla suspense che i colpi di scena dentro e fuori dall’aula – con l’alternarsi continuo di prove false, vere o apparenti – dovrebbero in teoria garantire, ma in epoca di test del dna e di indagini scientifiche, questo è proprio l’elemento del plot originale che soffre maggiormente della trasposizione temporale. Sono allora inevitabili, e troppe, le forzature su cui il pubblico è chiamato a sorvolare – dall’audace reporter che acquista le false prove su e-bay e si aspetta che nessuno se ne accorga alle foto ritoccate delle scene del delitto smascherate in due secondi da uno studente di scienze informatiche. Le motivazioni e le dinamiche psicologiche, a cominciare dall’improbabile colpo di fulmine tra il giornalista e la giovane assistente del procuratore, risultano anzi ancora più forzate. E poi, da quando il premio Pulitzer è assegnato alle emittenti televisive? Un paio di inseguimenti in auto e la sorprendente (?) rivelazione finale non aggiungono nulla. Rimane una sgradevole impressione di sciatteria, come se il regista, pur potendo, non abbia fatto il minimo sforzo per elevarsi al di sopra del compitino ben svolto.
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