"Gli abbracci spezzati", di Pedro Almodóvar

Il melodramma dell’autore spagnolo non è più fiammeggiante ed esplosivo come una volta ma resta  relegato su un piano teorico e tenuto sotto ferreo controllo. Con questa pellicola il regista (ci) apre le porte del suo personale museo del cinema. Un museo ricchissimo, dove c’è tutto il passato. Anzi, solo il passato e il suo set ha quella decadenza della vecchia villa di Viale del tramonto

Penelope Cruz in los abrazos rotos - Gli abbracci spezzati Pedro Almodóvar

Titolo originale: Los abrazos rotos
Regia: Pedro Almodóvar
Interpreti: Penélope Cruz, Lluís Homar, Blanca Portillo, Tamas Novas, José Luis Gomez, Angela Molina
Distribuzione: Warner Bros. Italia
Durata: 129'
Origine: Spagna, 2009

 

Il cinema di Pedro Almodóvar appare ormai in una irriversibile involuzione già annunciata parzialmente da La mala educación. Il suo melodramma non è più fiammeggiante ed esplosivo ma resta relegato su un piano teorico.

Nel 1994 lo sceneggiatore e regista Mateo Blanco (Lluís Homar) ha avuto un incidente d’auto. Lena (Penélope Cruz), l’attrice del suo film e anche la sua amante muore mentre lui perde la vista. Anche 14 anni dopo la sua vita non è più la stessa. Scrive i suoi lavori letterari e le sue sceneggiature sotto pseudonimo, Harry Caine ed è sostenuto dalla sua fedele direttrice di produzione Judith (Blanca Portillo) e da suo figlio Diego (Tamas Novas). Il passato però ritornerà improvvisamente a galla.
Difficilmente i personaggi di Almodóvar hanno parlato così tanto. Il racconto di Mateo/Harry a Diego apre un lunghissimo flashback nel quale sono delineate narrativamente tutte le traiettorie che legano i personaggi tra loro nel continuo contrasto tra passato e presente. Ma soprattutto Gli abbracci spezzati appare l’esempio di come lo sguardo di Almodóvar si sia sempre più chiuso in se stesso e nel proprio mondo cinematografico. Il set sempre riconoscibile dagli accesi colori è diventato ormai impenetrabile e si accede soltanto ad intermittenza attraverso delle chiavi d’accesso cinefile. C’è un momento in cui Mateo e l’amante Lena vedono Viaggio in Italia di Rossellini, si citano tra gli altri Fritz Lang e Louis Malle, viene esibita l’inquadratura su una scala da cui cade Lena, omaggio al noir classico (del quale riprende anche il tema del doppio) visto che in questo genere è spesso un elemento ricorrente nel quale esplode la follia dei suoi protagonisti. Restano solo deboli lampi di un erotismo perduto, come in uno dei pochi bei momenti del film, ossia la seduzione di Harry a un’attraente ragazza che ha conosciuto in strada e che ha portato a casa dalla quale si fa dire il colore dei capelli, degli occhi e come è vestita. Per il resto in Gli abbracci spezzati la materia incandescente (la gelosia, la passione, l’ossessione) è trattenuta sotto ferreo controllo come se ha paura che gli sfugga di mano. Ed anche Penélope Cruz (al quarto film con Almodóvar dopo Carne tremula, Tutto su mia madre e Volver) disegna un personaggio che appare più passionale per come è costruito narrativamente piuttosto che per come poi agisce sullo schermo. Giunto alle soglie dei 60 anni, il cinema del regista spagnolo (ci) apre le porte del suo personale museo del cinema. Un museo ricchissimo, dove c’è tutto il passato. Anzi, solo il passato. Ma il suo set, almeno in Gli abbracci spezzati, ha tracce di quella decadenza simile alla vecchia villa di Gloria Swanson in Viale del tramonto.

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Sono presenti 1 commenti
 
  1. Non mi sento di condividere la visione dell'involuzione di Almodovar dal suo "la mala educación". La pellicola menzionata ha una struttura a scatole cinesi che affascina per potenza espressiva e metalinguismo e ci ricorda da vicino il sottovalutato "La legge del desiderio". Il regista spagnolo ha si abbandonato la dolce esplosività di "Donne sull'orlo di una crisi di nervi", ma in favore di un tributo riflessivo e puntuale al cinema classico, grazie alle sue due ultime fatiche. Anche Bunuel lo si considera un fenomeno per "L'âge d'or" ed un regista discreto per "Cime tempestose"; ma questo è errato, in quanto non si considera la tenue immissione di elementi surrealisti all'interno di un intreccio prettamente convenzionale. Quindi ritengo che il termine involuzione vada adoperato verso registi come Visconti, che negli anni 60 si perde nelle glaciali regie del trittico tedesco, abbandonando(e non reinventando sottilmente come Almodovar)il suo stile degli anni 40,50 ed inzio 60.

    Inviato da Anonimo il 14/11/2009
 

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