"Il mio cinema nasce filmando la casualità delle cose": incontro con Abbas Kiarostami.
Il problema è che il cinema dell'iraniano sembra aver perso per strada la forza di osare uno sguardo diverso rispetto ai parametri abituali. Ci aspettavamo qualcosa di più da quest'ultima opera, ma non è comunque il caso di drammatizzare troppo. Il suo è comunque un cinema da difendere. Anche se meno ispirato del solito

E' inutile girarci intorno e fare finta di niente. Il cinema di Kiarostami si sta involvendo pericolosamente, pare essersi arrestato ormai già da qualche anno sui binari morti della ripetizione infinita di sé, senza che nulla di nuovo (o semplicemente di diverso) scardini mai certe acquisizioni ormai purtroppo "date". Questo Ten in fatto di ispirazione non si discosta troppo dal precedente ABC Africa, semmai ne riprende in modo abbastanza fedele certe coordinate di senso ormai tristemente abusate. Il problema è che il cinema dell'iraniano sembra aver perso per strada la forza di osare uno sguardo diverso rispetto ai parametri abituali. Ci aspettavamo qualcosa di più da quest'ultima opera, ma non è comunque il caso di drammatizzare troppo. Il suo è comunque un cinema da difendere. Anche se meno ispirato del solito. Quando lo scorgo nella semioscurità del cinema Quattro Fontane, non posso fare a meno di pensare che si tratta comunque dell'autore che, negli ultimi dieci anni ha saputo tratteggiare meglio di ogni altro il sottile filo che divide realtà e finzione, verità e manipolazione. Vediamo allora cosa ha da dirci.

In questa sua ultima opera si ha come l'impressione di trovarsi di fronte ad una sorta di vicolo cieco: l'esterno esiste, ma solo come rumore di fondo secondario, l'unico interno possibile è quello dell'abitacolo di un'automobile che produce cinema, come nel Sapore della ciliegia...
La ripresa del Sapore della ciliegia non è casuale. Mi piace molto filmare la realtà partendo proprio da una sua sorta di negazione, visto che l'interno di una macchina è certo una situazione non troppo adatta ad un possibile sviluppo filmico. Nel caso di Ten addirittura ho voluto cercare di immaginarmi il senso di tante, possibili storie proprio a partire da una situazione statica, ferma, eppure in grado di rivelarsi preziosa datrice di movimento. Che c'è dunque, anche se non si vede...
In questo senso pare abbia voluto immobilizzare sin da subito l'azione, riconfigurandola secondo altre possibilità...
E' vero. Nella mia opera si fa cinema da fermi, non si ha la possibilità di avere una seconda chance in un esterno che non ho voluto filmare, se non indirettamente. Tutto nacque dalla storia di uno psicanalista che mi interessò molto, eppure sin dalla prima trattazione del soggetto ho subito cercato di fare mio quello che leggevo, immaginandomi dei possibili sviluppi che in effetti nell'opera filmata non ci sono. Il mio cinema non nasce dall'esigenza di raccontare tutto quello che accade nella realtà, ma solo una parte, o meglio una sorta di raccolta di indizi. E' soltanto partendo da questi ultimi che lo spettatore sarà in grado di risalire sino a monte, fino a trovarsi di fronte ad un senso finale a cui magari all'inizio non aveva nemmeno pensato. Il mio Ten nasce dunque proprio dalla volontà di mettere degli attori non professionisti di fronte alla macchina da presa, filmandoli dunque nel modo più semplice e naturale possibile. Ed è un lavoro di gran pazienza visto che mi metto completamente al servizio del "non-attore" che scelgo, e dei suoi umori, delle sue sensazioni, dei suoi stati del momento.
Il piccolo protagonista del suo film è straordinario. Ma si sa che lei, in fatto di far recitare bambini, non ha eguali al mondo...
Quando scelgo gli attori dei miei film, tutti presi naturalmente dalla strada, non mi pongo mai il problema di indirizzarli a studiare precisamente un copione, ma semmai li spingo a lavorare su di un canovaccio di base, per poi aiutarli a fare loro quello che hanno letto. D'altronde nei miei film non c'è mai una sceneggiatura rigida da adottare dall'inizio fino alla fine delle riprese, ma soltanto uno spunto di partenza, un certo umore descrittivo. E' da qui che tutto ha inizio, ma non mi stancherò mai di dire che è il lavoro di discussione che faccio con gli attori a stare al centro del mio cinema. Nel caso del piccolo protagonista di Ten, ho cercato di fargli sentire il meno possibile la presenza della macchina da presa, e non ho fatto altro che rispettare nel tragitto compiuto dall'automobile, quello che il bambino di solito fa il martedì per andare a lezioni di nuoto. La sua è una recitazione spontanea, genuina, energica. Diciamo pure che non recita. Si limita ad essere se stesso.

Quando lo vediamo discutere animatamente con la madre all'interno della macchina, si ha la possibilità di assistere ad uno dei pochissimi campo/controcampo dell'intera opera, peraltro basata quasi interamente sul primo piano della protagonista. Come nasce quest'esigenza formale per certi versi così estrema?
In base all'idea che mi ero fatto del film che volevo girare, ho abolito ogni tipo di divagazione della macchina da presa, concentrandomi invece proprio su quelli che sono i piani ravvicinati della protagonista. Si tratterebbe quasi di un film da camera, se non fosse che la camera è una macchina e che l'interlocutore della donna non si vede quasi mai. Avevo intenzione di dare un ruolo centrale proprio al dialogo, che unisce soggetto ed oggetto della ripresa, dunque visibile e invisibile. Nello stesso, identico tempo della finzione. E' normale che una scelta del genere mi obbliga a fare i conti con la consapevolezza che non si tratta certo di un film facile e dunque adatto ad ogni tipo di spettatore, ma sono convinto che in fondo questa mia scelta di abolire quasi il montaggio e di dedicarmi quasi esclusivamente al dialogo, sia anche attraente, dunque stimolante. D'altronde non mi sono mai posto il problema di fare film per un certo tipo di pubblico. Devo sempre essere contento del risultato raggiunto, e poi se in un secondo momento incontrerò anche i favori del pubblico, certo non mi dispiace. Ad esempio quando Close up uscì nei cinema iraniani non ebbe un gran successo. Quando poi fu trasmesso in televisione, ebbi un grosso riscontro da parte del pubblico a casa.
A proposito di Close up, cosa è rimasto di quello che forse è il marchio più autentico e sublime del suo cinema, e cioè, l'intreccio inestricabile tra verità e rappresentazione di quest'ultima?
Credo che Ten per certi versi assomigli molto a Close up. Non è tanto una questione di trama, quanto di profonde assonanze che ho percepito durante le riprese. Il mio cinema è interpretabile come vero e proprio percorso di avvicinamento all'essenza del filmico e dunque della Realtà...
Ci sembra che però in Ten si sia giunti quasi ad una sorta di grado zero del suo cinema...
Effettivamente in quest'opera c'è la volontà di ripartire in qualche modo, di ricominciare. Sono quasi giunto ad uno azzeramento delle costanti presenti nella regia di oggi, per rilanciare il concetto di espressione, intesa come qualcosa che fuoriesce quando meno ce lo si aspetta. Non è per citare a tutti i costi i padri del cinema realista, ma mi piace pensare che il cinema che ho in mente sia un qualcosa di totalmente slegato da ciò che accade prima delle riprese. Dal lavoro che faccio con gli attori, a quello che svolgo mentre la lavorazione del film va avanti, mi piace molto che sul set accada qualcosa che non avevo calcolato minimamente. E' anche per questo motivo che prima di iniziare un film, non posso mai fare affidamento sulle direttive di un produttore, visto che non so mai fino a dove potrò arrivare. I tempi e le modalità del cinema di oggi non fanno al caso mio. Non saprei proprio come gestirlo il rapporto con un eventuale produttore molto presenzialista.
La severa morale del tuo sguardo nasce anche da qui...
Non c'è dubbio. Sono fiero dei film che faccio, ma forse ancor più fiero di essere uno dei pochi registi veramente indipendenti che ci siano in circolazione. Quando parlo di condizione di indipendenza, non faccio solo riferimento ad un discorso di tipo economico. Alludo anche, ma forse soprattutto ad un discorso di tipo propriamente culturale. Essere indipendenti dunque significa anche portare avanti la propria autonomia creatrice, non scendendo mai a patti con nessuno. In questo senso ammiro molto nel vostro paese il lavoro di Nanni Moretti, in Grecia quello di Anghelopoulos e così via.
Qualche parola sul suo prossimo progetto...
Posso dire soltanto che intendo continuare la sperimentazione linguistica avviata con Ten. E chi lo sa magari che non giungerò a girare un film muto. O fatto soltanto di una parola sola...
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