"Dieci", di Abbas Kiarostami
Il film dell'autore iraniano non cattura l'immediatezza della quotidianità ma la spaccia soltanto come spontanea. C'è una specie d'inganno tra un obiettivo che appare oggettivo mentre riprende e un'occhio che invece fa sentire il suo peso sia fisico sia morale.

I "Cahiers du cinéma" sono usciti fuori di testa per l'ultimo Kiarostami. Autore tra i più rappresentativi che ci ha aperto una finestra sul mondo del cinema iraniano, il suo cinema si è trasformato in un estetismo di maniera proprio nel momento in cui è stato celebrato. E' abbastanza triste al momento, soprattutto in confronto all'autorevole testata francese che lo celebra, considerare Kiarostami come cineasta da museo, come portatore di uno sguardo che sembra aver perso quella sua inconfondibile libertà di un cinema che richiamava la purezza rosselliniana e il rigore bressoniano. Tra lo sguardo di Kiarostami e la realtà non c'è più quello scontro vergine, dove si alimentava quel senso di dispersione di Dov'è la casa del mio amico? ed E la vita continua oppure quella irregolarità emotiva di Sotto gli ulivi e Il sapore della ciliegia. Dieci non cattura l'immediatezza della quotidianità ma la spaccia soltanto come spontanea. C'è una specie d'inganno tra un obiettivo che appare oggettivo mentre riprende e un'occhio che invece fa sentire il suo peso sia fisico sia morale. C'è un'articolazione numerica che già frammenta non un flusso ma l'idea di un flusso vitale sempre interrotto. Il numero dieci già presenta una divisione netta, una ripartizione estetica in cui la libertà è sempre sotto ferreo controllo come le regole del Dogma, non a caso dieci. Dieci momenti della vita di una giovane donna inquadrata sempre alla guida di un'automobile che parla sempre con differenti personaggi: dal rapporto contrastato con il figlio, ai dialoghi con un'amica, una donna giovane e una anziana in visita al Mausoleo, una prostituta. La macchina da presa del cineasta iraniano inquadra sempre un personaggio, mentre dell'altro si sente la voce fuori-campo. Stesse angolazioni di inquadratura, stessi stacchi nel controcampo. La vita è pressocché racchiusa all'interno di un'automobile nei cui movimenti le emozioni difficilmente arrivano direttamente. Sembra disperdersi anche quel riconoscibile lavoro sul suono che da sempre ha costituito la forza del cineasta iraniano. Già da Il vento ci porterà via c'era, da questo punto di vista, già un sospetto di estetismo, dove certe immagini di Kiarostami (l'uomo col telefonino che si disperdeva nella strada e non sentiva più nulla) apparivano più come i precetti di un teorico piuttosto che il mondo di un cineasta sempre consapevole. Con Dieci questa ipotesi si è tragicamente amplificata, in un'opera dove l'immagine digitale compone l'inquadratura di una luce regolare ma che perde la sua naturalezza e dove il percorso dell'auto non produce moto nell'immagine. Film di "falso movimento", in cui il viaggio è solo il pretesto per "piccoli ritratti" da dove è eliminato soprattutto il vuoto, quello che alimentava l'opera precedente e che qui si estende soltanto solo di qualche centimetro fuori il finestrino dell'automobile. "Libération" ha parlato di "arte di pura manipolazione". Ma in questa manipolazione non c'è arte ma solo furbizia.
Titolo originale: 10
Regia: Abbas Kiarostami
Sceneggiatura: Abbas Kiarostami
Fotografia: Abbas Kiarostami
Musica: Howard Blake
Interpreti: Mania Akbari (giovane donna alla guida), Amin Maher (Amin) Roya Arabshahi, Katayoun Taleidzadeh, Mandana Sharbaf, Nazamin Joneydi, Mitra Farahani, Bahman Kiarostami, Amene Moradi
Produzione: Abbas Kiarostani, Marin Karmitz per Abbas Kiarostami Productions/MK2
Distribuzione: Bim
Durata: 91'
Origine: Iran/Francia, 2002
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