"Moon", di Duncan Jones
Non c'è paravento, né filtro. Duncan Jones azzera le distanze tra sé ed il suo mondo, abbatte le barriere che separano il cinema dallo spettatore. Ogni sua scoperta è una nostra scoperta, carica della stessa meraviglia e della stessa dolorosa consapevolezza. Presentato in anteprima al Trieste Science+Fiction 2009
Tornare a casa. Sam vuole tornare a casa, dopo tre lunghi anni trascorsi sulla Luna, senza alcun contatto diretto con altri essere umani. Solo comunicazioni videoregistrate, da quando il satellite non funziona più. Immagini che rimandano ad un tempo già passato, ad una Terra che appare lontanissima, eppure così vicina. I giorni scorrono, tra allenamento, cura delle piante, monitoraggio della superficie lunare, estrazione dell’Elio-3. Luce fredda, che illumina le stanze della base, bianchissima, solitaria, asettica. Un pensiero, ossessivo, torna a fare capolino, quando manca poco ormai, alla fine della missione. Sam lo ripete spesso anche a Gerty, il computer di bordo (a cui dà la voce Kevin Spacey nella versione originale), l’intelligenza artificiale con la quale vive un rapporto simbiotico, che è quasi ora di ripartire. Solo qualche altro giorno, prima di tornare a casa. Casa vuol dire l'affetto di sua moglie, il sorriso di sua figlia, gli abbracci, la famiglia. Vuol dire poter toccare, sentire sulla propria pelle il calore dell’altro, sfiorare con la mano il viso di chi si ama, avvertirne i contorni sotto i polpastrelli, ridisegnarne le curve con le dita. Significa vedere piuttosto che immaginare, scacciare i dubbi, trovare conferma a ciò che il cuore vuole, quando è il cuore a non volersi rassegnare.
Duncan Jones azzera le distanze tra sé ed il suo mondo proiettato in un futuro molto prossimo, abbatte le barriere che separano il cinema dallo spettatore. Non c'è paravento, né filtro. Sam Bell-Rockwell esce in ricognizione, sguardo fisso davanti a sé, mentre le ruote macinano metri lungo il satellite terrestre. E noi siamo lì, accanto a lui, con il casco infilato sulla testa, per poter respirare. Ogni sensazione, ogni singola emozione traspare dal volto di Rockwell con sorprendente immediatezza, per arrivare a noi, ancora vergine, dirompente, sconquassante. Ogni sua scoperta è una nostra scoperta, carica della stessa meraviglia e della stessa dolorosa consapevolezza. C'è qualcun altro, non siamo soli. Una pioggia di domande a cui non è possibile rispondere ci lascia storditi, così come Sam, improvvisamente, di fronte ad un altro Sam. La conferma arriva impietosa, ma inaccettabile, comprensibile con la ragione, ma assurda per il cuore. L'amore è un'illusione, così come la sofferenza del distacco. I sentimenti sono proiezioni, stimoli indotti, artificiali, riproducibili come copie di un modello originale, che risulta ormai irriconoscibile.
Duncan Jones (nato dalla relazione di David Bowie con Mary Angela Barnett), al suo primo lungometraggio, sconvolge per l’assoluta naturalezza con cui maneggia una materia così difficile e insidiosa come quella di Moon. La macchina da presa diventa un tutt'uno con il corpo di uno straordinario Sam Rockwell; aderisce come una comoda tuta, né troppo larga, né troppo stretta. La freddezza di Gerty (che evidentemente ricorda quella di HAL 9000) fa da contraltare alla sensibilità di Sam, in un contrasto uomo/macchina che si fonda sull’elaborazione, ma soprattutto l’espressione dei sentimenti, nucleo attorno al quale ruota l’intera vicenda. Rockwell non perde mai il senso della misura, così come Duncan Jones: impeccabile, guida Sam nel suo incredibile e spaventoso viaggio alla ricerca della Verità.
Titolo originale: id.
Regia: Duncan Jones
Interpreti: Sam Rockwell, Kevin Spacey, Malcolm Stewart, Dominique McElligott, Kaya Scodelario, Benedict Wong, Matt Berry, Robin Chalk
Distribuzione: Sony Pictures
Durata: 97’
Origine: Gran Bretagna, 2009
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Uno vorrebbe anche evderlo porc...se non uscisse in 7 sale, dico SETTE, ma si può!?
Inviato da Giulio il 05/12/2009
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