"L'uomo nero", di Sergio Rubini
È sempre più ambiguo il cinema di Rubini, una volta ancora in questo film fatto del linguaggio della passione, forse a volte troppo tipizzato, ma che rileva il bisogno del conflitto con le sue ossessioni creative, la fatica della coerenza, lasciando convivere dentro di se identità molteplici: comica, drammatica, di genere, autoriale, ammiccante, favolistica, schizofrenica...
Gabriele, famoso e affermato scienziato, parte dalla Svizzera, dove vive con moglie e figli, per correre al capezzale del padre, che sta morendo in un ospedale di Bari. Fa appena in tempo a carpire le ultime parole sussurrate e poco chiare del padre stesso, che spira mostrando in volto un ghigno di rassegnazione e allo stesso tempo di pacificazione. Proprio nel momento del trapasso e sulle ultime parole farfugliate, inizia un viaggio immaginario a ritroso, in cui Gabriele rivive e rielabora il suo passato fanciullesco nelle terra natia, quando il padre, capo stazione, lottava per risalire nello status sociale per imporsi come pittore, la sua vera e unica passione. Le frustrazioni che Gabriele subiva di riflesso, dopo le stroncature della critica sull'arte del padre, rendevano molto più scanzonato e felice il rapporto che il bambino aveva instaurato con lo zio Pinuccio, l'altra faccia della famiglia, quella più leggera, quella più liberatoria. Nei ricordi di Gabriele, però ci sono alcuni punti oscuri e probabilmente frutto solo della fantasia, forse come quell'uomo nero che in alcuni momenti turbava i suoi sogni. Ambiguo e quindi sicuramente affascinante, ancora una volta, lo sguardo di Sergio Rubini, che parte dalla sua stazione di origine (vedi La Stazione, del 1990), dove ritrova tutti i suoi compagni di viaggio, vecchi (Margherita Buy) e nuovi (Valeria Golino), pronti per esplorare nuovi generi o ruoli (il vecchio Scamarcio). Piccoli crimini della coscienza cinematografica: quei comportamenti ambigui ricordano le maschere di Totò o Edoardo, ricordano per la musica di Piovani, anche Benigni, ricordano per le atmosfere amarcord Tornatore, ricordano per il nero del carbone, la bottega del cinema di genere noir quasi thriller, magari anche il Martone di L'amore molesto. È ambiguo il cinema di Rubini, ancora di più in questo film fatto del linguaggio della passione, forse a volte ancora troppo tipizzato, ma che rileva il bisogno del conflitto con le sue ossessioni creative, la fatica della coerenza, lasciando convivere dentro di se identità molteplici: comica, drammatica, di genere, autoriale, ammiccante, favolistica, schizofrenica. C'è in alcuni momenti, la tentazione a rifare le comiche, quando appunto il montaggio cambia ritmo e diventa più serrato, c'è in altri momenti la tentazione a valicare con il treno che non passa ormai più da quelle parti, tutti gli sche(r)mi della giovinezza, quando il cinema si accavallava, si confondeva, si ritorceva, si confondeva. La fiamma del peccato, di Wilder, che la famiglia riunita, guarda in televisione (e che noi non vediamo ma semplicemente sentiamo e seguiamo attraverso i volti), è il momento più alto del dissimulare lieve, al limite tra conscio ed inconscio nel quale l'inganno viene fatto anche a se stessi. Verso un cinema senza padre, verso un cinema della seconda possibilità, verso un cinema che non si vanta dell'f for fake, ma lo rimanda a noi, presuntuosamente ignari. Dal padre padrone, al padre che non c'è, o meglio al padre materno, non quello assoluto e autoritario, ma quello che sa attendere filando la sua trama in attesa di raggiungere la pace dei sensi, in una maggiore compattezza narrativa e immaginifica.
Regia: Sergio Rubini
Interpreti: Sergio Rubini, Valeria Golino, Riccardo Scamarcio, Fabrizio Gifuni, Guido Giaquinto, Maurizio Micheli
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 116'
Origine: Italia, 2009
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