"Jennifer's Body", di Karyn Kusama
Un cinema ammiccante, senza dubbio a tratti divertente e sornione, ma incapace di saziare gli occhi e la mente: nonostante gli stimoli tutt’altro che irrilevanti - l’adolescenza come luogo della solitudine, il sesso come sopraffazione sull’altro, l’amore come utopia irraggiungibile - Jennifer’s Body sembra quasi sospeso nel limbo dell’incomunicabilità, incapace di trasmettere idee e pensieri che purtroppo rimangono sullo sfondo.
"L’inferno è una ragazza adolescente", recita la voce fuori campo all’inizio del film: e quel Body presente in maniera così esplicita nel titolo, quel corpo (di Megan Fox) così smaccatamente mostrato, evidenziato, reso vittima e carnefice, non può che rimandare a un ideale di cinema che appunto di corpi si nutre, che affonda le mani dentro la carne perché ormai è l’ultima (l’unica) tela sulla quale si possa ancora sperare di fare cinema vivo e pulsante (si pensi anche al recentissimo Ninja assassin e al suo spostare lo sguardo dalla carne ai pixel). Peccato, però, che Jennifer’s Body non sia un cinema del corpo. O meglio, peccato che non ci riesca: la sceneggiatura di Diablo Juno Cody appare infatti talmente intrisa di stimoli e suggestioni così squisitamente eighties, che alla fine si vorrebbe cancellare tutto quanto dalla memoria nella speranza che prima o poi se ne tragga un altro film. Perché Jennifer’s Body altro non è che un grande calderone dagli ottimi ingredienti mal miscelati, un pasticcio confusionario dove il risultato non è la somma delle parti: come in Trouble Every Day di Claire Denis, la fame di sangue per la sopravvivenza porta alla morte e alla solitudine; come in Ginger Snaps, l’adolescenza porta a una trasformazione di sé tramite il sangue e l’orrore. In più, vaghi richiami di Cronenberg e di dozzine di teen horror movies, senza però mai tralasciare quella sana ironia di fondo di chi non si vuole prendere troppo sul serio: insomma, il film di Karyn Kusama rimane come sospeso in un limbo, bloccato in quell’ impossibilità comunicativa di chi non riesce a trovare (a inventare) un linguaggio cinematografico eloquente e tramite il quale poter trasmettere echi e idee che sembrano essere rimaste nelle intenzioni del soggetto. La bellezza oggettivamente perfetta del corpo e della pelle di Megan Fox che deteriora e si annulla, per poi rifiorire solamente grazie al sangue e al sacrificio altrui, non diventa mai specchio di una visione o di un’idea: piuttosto, sembra l’ennesimo step di una sceneggiatura che punta tutto sull’accumulo senza preoccuparsi della coesione di fondo. E il corpo di Jennifer rimane così una figurina lontana e sbiadita, persa in un contesto leggero e asettico nel quale a fatica si riescono a scorgere consistenti motivi di interesse: peccato, perché in questo modo si rischia di cedere alla tentazione di giudicare negativamente il film più di quanto effettivamente si meriti. L’adolescenza come luogo della solitudine, il sesso come sopraffazione sull’altro, l’amore come utopia irraggiungibile: è evidente come queste tematiche risiedano nel profondo dell’ animo di Jennifer’s Body, ma sembrano più una deduzione dell’occhio dello spettatore che non una dichiarazione poetica chiara e forte. Forse, un esempio di cinema che ancora deve imparare a parlare. Un cinema ammiccante, senza dubbio a tratti divertente e sornione e con alcune trovate al passo coi tempi (non è più il black metal la musica di Satana, bensì l’indie-rock di chi vuole diventare “ricco e famoso come i Maroon 5”!), ma incapace di saziare gli occhi e la mente.
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