"I see you, I see you" - "Avatar", di James Cameron

Tutto Avatar è un film sull’atto del vedere. E di cosa significa oggi vedere. Cosa vediamo? Con quali mezzi? Attraverso quali mediazioni tecnologiche e virtuali vediamo oggi il mondo, la vita? Nel segno della rivoluzione 3D, di cui Cameron sembra per primo tracciare delle coordinate innovative e preziose, immergendoci dentro gli abyss di una nuova visione. Ancora il cinema come “liquido amniotico”, corpo/madre, contenitore di corpi, che ci insegna le pratiche della visione…

avatar“Alla fine di queste visioni la certezza è una sola: il computer ha preso il sopravvento sulla macchina da presa, le immagini umane cui siamo stati abituati sin dai tempi dei fratelli Lumière sono ormai superate da immagini virtuali e artificiali. In una parola l´uomo non è più al centro del cinema (hollywoodiano), perché l´interesse del suo baricentro immaginifico si è spostato in avanti.”
Roberto Faenza, «Questo Avatar uccide il cinema umano», da la Repubblica, 7/1/2010
 
 
Forse ha davvero ragione Roberto Faenza, che si è scagliato, preventivamente (subito dopo l’anteprima del film) contro il kolossal Avatar che sta per invadere le sale e l’immaginario cinematografico italiano (e non solo). Ha ragione nel segnalare, con l’arrivo di questo film (una volta avremmo detto “pellicola” ma oggi è più complicato…) un passaggio epocale, una “minaccia fantasma” da cui il cinema italiano deve solo difendersi.  E per difendersi, non conviene giocare sullo stesso terreno, ma praticare la “strategia dei muri”,  demonizzando l’avversario come “inumano”, mercificato, artificiale, insomma qualcosa nei confronti del quale è bene fare una poderosa “resistenza”. E’ talmente lucida l’analisi di Faenza da arrivare a una conclusione che porta avanti l’analisi critica italiana di almeno dieci anni, a saperla leggere bene: E visto che sulla Terra alla fin fine ci dobbiamo restare, sarà bene rinsaldare l´antico vincolo con l´umano. Anzi, converrebbe rinforzarlo ed estenderlo ai più giovani, spesso ignari che la vita, per nostra fortuna, ancora non è diventata un videogioco.
 
avatar- performance captureE infatti proprio di un videogioco, incredibilmente, si parla. Non il cinema, attenzione, che il videogioco lo ha ormai metabolizzato al punto che Jim Cameron ormai gira con una “virtual camera”, che somiglia a una consolle per videogiochi, non è una macchina da presa, ma si comporta come se lo fosse, entrando dentro il mondo virtuale generato al computer, trasformando definitivamente l’idea di set, di teatro di posa. Oggi il teatro di posa è da un lato il mondo virtuale della CG, dall’altro il vuoto del “Volume” dove gli attori recitano con tute e caschi, mentre una piccola telecamera ne cattura le espressioni e registra il movimento degli occhi per la “performance capture”. Il cinema, appunto, è già videogioco, con gli “attori animati” (quella che Cameron chiama “interpretazione totale”), e un regista che invece del ciak usa la consolle… Ma la vita, la “vita reale”, se ancora siamo in grado di dare una definizione univoca a questa espressione, “ancora non è diventata un videogioco”, dice Faenza. E qui, pur negandola, in verità apre una finestra straordinaria su “quello che siamo diventati”. Siamo, oggi, forse, esseri al 50% analogici e al 50% digitali. Fra 50 anni, forse, saremo al 90% digitali e la vita virtuale sarà prevalente. Forse prima. Forse di piu’.

 I see you, I see you

Canta, nel finale di Avatar, la voce melodica di Leona Lewis. E’ l’ora di un altro vedere. “Tu mi insegni come vedere”…
Tutto Avatar è un film sull’atto del vedere. E di cosa significa oggi vedere. Cosa vediamo? Con quali mezzi? Attraverso quali mediazioni tecnologiche e virtuali vediamo oggi il mondo, la vita? Paradossalmente la cosa più arretrata di questa esplosione dei sensi digital/virtuali, sono proprio quegli “analogici” occhialetti 3D, segno di un limite della tecnologia di massa che presto sarà superato, perché forse ci daranno dei caschi virtuali, all’entrata nei cinema, oppure li porteremo già uscendo da casa, sempre che non useremo direttamente il nostro “replicante”, come nel bel b-movie del 21° secolo di Jonathan Mostow

 Umano, non Umano
 
 
Avatar  jake e il suo doppioSembra proprio tracciare delle linee filosofiche ben precise, Avatar, già lanciate dalla metà degli Anni Settanta dal cinema di Spielberg/Lucas, sull’alieno come elemento di “umanità”, inteso come assieme di valori, spirituali, emozionali e culturali, contro un’umanità ridotta allo spirito della merce, alle logiche di una razionalità positivista tutta dentro la macchina infernale del capitalismo cannibale. Vedere diventa qualcos’altro. Diventa una percezione, un “sentire”, un capire con il cuore e con lo spirito. Ed è quello che fanno i Na’vi, in Avatar, quello che Neytiri cerca di far capire a quel marine in un corpo Na’vi che è Jake. Jake è un corpo doppio per eccellenza. E’ nella missione su Pandora, pur essendo ormai disabile su carrozzella e quindi inadatto all’azione militare, perché è il “doppio” gemello del fratello scienziato morto, di cui possiede lo stesso DNA. E come corpo usa il “doppio” Avatar, con il quale entra in Padora e si relaziona con gli indigeni, con la missione di convincerli a sloggiare dalle aree tanto preziose per l’economia umana. Doppio di un umano in un corpo doppio di alieno, Jake è il prototipo di quello che stiamo diventando, un qualcosa che ci cambia (cambierà) completamente, ma che nondimeno ci pone gli stessi interrogativi etici di sempre. Ed è qui che Jake smette di pensare come una macchina (il marine che obbedisce agli ordini, prototipo di macchina umana) e inizia a vivere come dentro un magnifico videogioco, dove si vince con le armi ma, soprattutto, con il cuore. Pandora, del resto, è qualcosa che assomiglia tanto ad Internet: una rete neurale dove tutto è collegato. Ma questa rete è così simile a quella che governa i nostri corpi umani…
Come sempre, nel cinema di Cameron, l’uomo per “vedere oltre” ha bisogno di corpi femminili che gli indichino la strada: sono le eroine di Alien (Ellen Ripley), Terminator (Sarah Connor), Titanic (Rose DeWitt), Abyss (Lindsay Brigman), True Lies (Helen Tasker). In Avatar sono addirittura tre le eroine: Neytiri (la donna Na’Vi), Grace (la scienziata) e Trudy (il pilota che disubbidisce agli ordini), segno che nella nuova era c’è bisogno di una dose di “virilità femminile” in più…
Jake Sully su Pandora in AvatarNel segno della rivoluzione 3D, di cui Cameron sembra per primo tracciare delle coordinate innovative e preziose, oltre il continuo carrello in avanti che sembra caratterizzare questa terza era del 3D (persino grandi cineasti come Zemeckis e Joe Dante sembrano come incantati da questo effetto, come dei bambini di fronte alla meraviglia di un nuovo giocattolo!), immergendoci dentro gli abyss di una nuova visione, che sembra proprio quella, sperimentata dal documentarista Cameron, vissuta dentro le profondità degli oceani, dove il punto di vista sul mondo è così diverso….
Proprio The Abyss, forse la punta più avanzata della filmografia cameroniana, è il luogo dell’immaginario da cui Cameron, inabissato insieme al Titanic, sembra ripartire. E il 3D ci appare come una lunga, profonda, completa immersione dentro uno spazio vitale inedito. Ancora il cinema come “liquido amniotico”, corpo/madre, contenitore di corpi, che ci insegna le pratiche della visione…
Per nostra fortuna, forse, la vita è diventata un videogioco.
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Sono presenti 7 commenti
  1. bella recensione, bello il film, bello tutto! grazie!

    Inviato da Magdalena il 08/01/2011
  2. anche a me abyss era piaciuto tantissimo, ma non è che questi ne'vi non sono altro che gli alieni sotterranei del film che sono tornati (andati), sotto forma mutata, su di un altro pianeta? come se gli umani gli avessero reso visita, con la nostra consueta cattiveria. per fortuna abbiamo questo cinema d'amore, passione e sguardo profondo, così possiamo evitare di andare a vedere i brutti, ma proprio brutti film italiani (poche eccezioni...)

    Inviato da Paoletta il 19/01/2010
  3. La cosa più patetica e triste è che da parte di Faenza si pretenda ancora legata l'importanza di un film alla presunta e pretestuosa qualità di un tema. Ovvero la verità assoluta (la sua) su ciò che considera umanità. Ma che vuol dire? Il cinema non può che essere tecnologico. Lo è stato fin dalla nascita. Ciò non esclude l'umanità, né vale l'equazione più tecnologia uguale meno umanità. L'umanità di cui parla Faenza è soltanto la giustificazione per poter continuare a fare film sciatti e innocui.

    Inviato da andrea caramanna il 18/01/2010
 

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