"L'uomo che verrà", di Giorgio Diritti

Inverno 1944: la strage di Marzabotto. Giorgio Diritti non pretende di sacralizzare la resistenza, tanto meno di revisionarla. Prova a raccontare i fatti: ricerca storica e testimonianza civile, uso del dialetto dei territori padani, la tentazione di muoversi nel micromondo contadino, l'ambientazione scarna, ruvida e sofferta dei paesaggi martoriati da fame e guerra. In Concorso al Festival di Roma 2009

l'uomo che verrà, dirittiInverno 1944. Nella provincia bolognese, sul Monte Sole, viene perpetrata dalle truppe naziste una serie di eccidi contro la popolazione civile. Dal 29 settembre al 5 ottobre, 195 persone restano ammazzate, compresi 50 bambini, sacrificate con l'intento di fermare l'avanzata della cosiddetta Brigata Stella Rossa, capeggiata dal partigiano Lupo. Inverno 1943. Martina, unica figlia di una povera famiglia di contadini, ha 8 anni e vive alle pendici di Monte Sole. Anni prima ha perso un fratellino di pochi giorni e da allora ha smesso di parlare. La mamma (Maya Sansa) rimane nuovamente incinta e Martina vive nell'attesa del bambino che nascerà, mentre la guerra man mano si avvicina e la vita diventa sempre più difficile, stretti fra le brigate partigiane e l'avanzare del nemico. Nella notte tra il 28 e il 29 settembre 1944 il bambino viene finalmente alla luce. Quasi contemporaneamente le SS scatenano nella zona un rastrellamento senza precedenti, che passerà alla storia come la strage di Marzabotto. Quest'opera sembra essere la risposta al film di Spike Lee, Miracolo a Sant'Anna, rievocazione storica del massacro di Sant'Anna di Stazzema, nell'agosto 1944. Molti, tra politici e storici nostrani, criticarono la scelta di far curare ad uno straniero, pagine così strazianti, drammatiche ed anche controverse, della storia italiana. Dopo Spike Lee, anche Giorgio Diritti non pretende di sacralizzare la resistenza, tanto meno di revisionarla. Il regista prova a raccontare i fatti. Collaboratore in passato di Carlo Lizzani, Lina Wertmuller, Florestano Vancini, Pupi Avati, Ermanno Olmi, gira il suo secondo lungometraggio per il cinema (dopo Il vento fa il suo giro, del 2005), condensando i registi appena citati. Però, come in ogni operazione di condensazione, il rischio è quello di lasciare qualcosa per strada, di rinunciare ad alcuni ingredienti stilistici e narrativi, tipici degli stessi. Sembra partire da un ricordo lontano la storia della piccola Martina, sopravvissuta per miracolo ai tedeschi, proprio quando all'inizio il regista chiede alla bambina di ripercorrere le camere ormai vuote di casa sua. Proprio come probabilmente ha sempre amato fare Lizzani: cinema che prende vita da un ricordo o da un qualcosa che possa sembrare un ricordo. Quella grottesca amarezza della povertà sofferta, insita nel racconto, invece rievoca Lina Wertmuller. Di Pupi Avanti c'è un certo modo di caratterizzare i personaggi, tralasciando forse a tratti gli aspetti più macchiettistici. A tal proposito, è emblematico come a sembrare più a loro agio siano gli attori non professionisti, tra i quali spicca sicuramente l'interpretazione del padre di Martina, Claudio Casadio. Non c'è dubbio, però, che gli autori più influenti per il regista bolognese, siano Florestano Vancini ed Ermanno Olmi. Ricerca storica e testimonianza civile, l'uso del dialetto dei territori padani, la tentazione di muoversi nel micromondo contadino, l'ambientazione scarna, ruvida e sofferta dei paesaggi martoriati da fame e guerra. Tutto ciò è assai evidente, come però sembra chiaro che in fondo, Giorgio Diritti manchi di una decisiva e vitale introspezione psicologica, fondamentale per rendere intimo e definitivamente passionale il passato con tutte le sue conseguenze.

Regia: Giorgio Diritti
Interpreti: Alba Rohrwacher, Maya Sansa, Claudio Casadio, Greta Zuccheri Montanari, Stefano Bicocchi
Distribuzione: Mikado
Durata: 117’
Origine: Italia, 2009

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