"Il quarto tipo", di Olatunde Osunsanmi


Indeciso, furbo, onestamente neutrale? Il quarto tipo è un thriller, e come tale funziona abbastanza bene. Ma a fronte delle sue intenzioni dichiarate, finisce per essere un film sul potere della mente, sulla difficoltà di definire che cosa vediamo. E questa difficoltà non può restare estranea a un giudizio sul problema delle realtà aliene, che Osunsanmi vorrebbe libero

Il quarto tipoIndeciso, furbo, onestamente neutrale? Difficile stabilire quali intenti e atteggiamenti abbiano mosso la realizzazione del Quarto tipo, secondo lungometraggio (dopo Within) del giovane regista statunitense Olatunde Osunsanmi. L’involucro fa pensare a una ricerca di realismo e oggettività: il film si apre con Milla Jovovich che dichiara, davanti alla telecamera, di rappresentare in questo film la dottoressa Abbey Tyler, una psicologa che vive in Alaska e si trova ad affrontare una serie di ricorrenze preoccupanti nelle esperienze dei suoi pazienti, nonché nella città di Nome, dove da diversi anni si susseguono sistematicamente suicidi, omicidi e sparizioni. Questa volontà di riprodurre (più che di rappresentare) la realtà è così pesantemente esplicitata e probabilmente, nelle intenzioni dell’autore, viene perseguita e ulteriormente sottolineata con un mezzo ben preciso: le scene più drammatiche (come le ipnosi in cui i pazienti rivivono le abduzioni) sono presentate con uno split screen (oscillante) che mostra contemporaneamente le riprese reali (i documenti registrati dalla dottoressa Tyler, ma anche “filmati originali della polizia”) e le stesse scene girate dagli attori. A questo involucro così importante fanno però da contraltare una serie di scelte, sia narrative che stilistiche, che sembrano fondamentalmente allontanarci dal cuore del problema. Se Il quarto tipo insiste tanto sulla realtà delle abduzioni e degli alieni (lasciando comunque allo spettatore, con una ulteriore dichiarazione, la scelta di credere o non credere), non si capisce perché siano stati inseriti in punti decisamente cruciali della sceneggiatura, degli eventi personali relativi ad Abbey Tyler che sembrano, stavolta però in maniera sotterranea, spingere la formazione del giudizio in una direzione diametralmente opposta. E si capisce, forse un po’ meglio, la scelta di inserire scene marcatamente d’azione ed elementi che spingono in una direzione artificiale, come l’accelerazione del tempo negli inserti “paesaggistici”. Il quarto tipo è un thriller, e come tale funziona abbastanza bene. Ma a fronte delle sue strategie di comunicazione, finisce per essere un film sulla mente e sul suo potere, sulla difficoltà di definire che cosa vediamo: la realtà (ammesso che esista) o le nostre proiezioni? E non si vede come questa difficoltà, sottolineata anche dalle parole di tante battute del film (“so quello che vedo”, “dimmi che cosa vedi”, “falsa immagine”, “falso ricordo”), possa restare estranea a un giudizio sul problema delle realtà aliene che il film vorrebbe, appunto, libero.
 
Titolo originale: The fourth kind
Regia: Olatunde Osunsanmi
Interpreti: Milla Jovovich, Will Patton, Enzo Cilenti, Hakim-Kae-Kazim
Distribuzione: Warner Bros. Pictures
Durata: 96’
Origine: USA, 2009
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