"Crazy Heart", di Scott Cooper
Viene da pensare che Cooper, attore sempre in secondo piano, abbia voluto rendere il proprio tributo al primo piano, a tutti quegli interpreti che non abitano semplicemente lo spazio dell’inquadratura, ma lo invadono. E così, se l’America sembra lontana, negata dai primi piani, è proprio grazie a quei volti e a quei corpi che riempiono ogni immagine, che riusciamo a rivedere la frontiera
Alcuni film sembrano abiti cuciti su misura. Quei film in cui a costruire il senso dell’immagine non è più lo sguardo, chiamato ad annullarsi di fronte al suo oggetto, completamente invaso da una presenza che riempie lo spazio e risponde a tutte le domande.Crazy Heart, esordio alla regia di Scott Cooper, è esattamente questo. Un film che batte e cresce al ritmo del respiro affannato e della voce ruvida di quell’impareggiabile corpo-cinema che è Jeff Bridges. Gli mancava l’Oscar per la consacrazione definitiva ed ecco che arriva questa storia, sceneggiata dallo stesso Cooper a partire da un racconto di Thomas Cobb, chiara ed evidente messinscena per una vittoria a tavolino. Non c’era nulla da dimostrare, eppure tutti eravamo in attesa di quella dannata statuetta, che facesse brillare ancor più la grandezza di un attore che ha attraversato e segnato quarant’anni di magnifiche visioni.
Bad Blake è stata una gloria della musica country. Ora è un vecchio arnese stanco e perennemente ubriaco, costretto a suonare nelle bettole di provincia per un pubblico di tardone e vegliardi. La vena creativa sembra essersi esaurita e i produttori non hanno più fiducia. Qualche opportunità da spalla di lusso... ma è pur sempre poca roba. Finché, a Santa Fe, Blake non incontra Jean, una giornalista molto più giovane di lui... E’ l’inizio di una storia d’amore impossibile e di un cammino difficile, tra speranza di rinascite e crisi senza via d’uscita.
Crazy Heart è l’ennesima parabola a sulla vecchiaia e la caduta di un personaggio off, che, sognando una seconda possibilità, si aggira lungo i paesaggi di una frontiera che non sembra più promettere alcun futuro. Un’elegia punteggiata dalle canzoni di T-Bone Burnett (altro Oscar per The Weary Kind, scritta con Ryan Bingham). La storia di una resurrezione mancante, di una vita condannata alla deriva dagli anni e da un Paese che non si riconosce più in un immaginario irrimediabilmente passato. “Chi è il vero country?”, chiede Jean a Bad... domanda a cui il vecchio leone rifiuta di dar risposta, se non per confessare la grandezza del suo ‘discepolo’ Tommy Sweet. Ma negli occhi tristi di Colin Farrell percepiamo che neanche la giovinezza può più ignorare le macerie del tempo. Resta un fatto indiscutibile: se l’epoca d’oro è ormai alle spalle, le grandi canzoni continueranno ad accompagnare la Storia. La mente non può fare a meno di correre a The Wrestler, ma rispetto alla prova disarmante di Mickey Rourke, manca quel cortocircuito tra interpretazione e vita, che aveva acceso scintille di dolore. La magia di Bridges sta allora nella capacità di rievocare i miti accecanti di tutt’un epoca del cinema americano, di resuscitare fantasmi hustoniani-ciminiani, di richiamare alla memoria lo spettro di Kris Kristofferson (somiglianza impressionante) e dei mille personaggi della sua vita, dal grande Lebowski (esplicitamente omaggiato con la scena nella sala da bowling) al Jack de I Favolosi Baker. Ma se è vero che la regia di Crazy Heart è di puro servizio, tutta in funzione dell’interpretazione, bisogna aggiustare il tiro. Perché viene da pensare che Cooper (Broken Trail, Get Low), attore sempre in secondo piano, abbia voluto rendere il proprio tributo al primo piano, a tutti quegli interpreti che non abitano semplicemente lo spazio dell’inquadratura, ma lo invadono, costringendolo a vibrare e sanguinare. Ed ecco che a Bridges si sovrappongono altri volti. Maggie Gyllenhaall, con la sua sincerità tenera ed erotica… Robert Duvall, che, a quasi ottant’anni, riesce a fare in dieci minuti ciò che gli altri non riescono a fare in una vita, e che ci apre il cuore con una semplice canzone, proprio come in Broken Trail… e poi Colin Farrell, un attore che sembra ormai già cosa vecchia, una never star da pochi istanti che custodisce il segreto di un altro, necessario cinema. E’ vero. Crazy Heart non è certo Honkytonk Man e l’America sembra lontana, negata dai primi piani. Ma forse proprio grazie a quei volti e a quei corpi che riempiono ogni immagine, riusciamo a rivedere la frontiera, la terra e il cielo che si toccano sulla linea dell’orizzonte. Titolo originale: Id.
Regia: Scott Cooper
Interpreti: Jeff Bridges, Maggie Gyllenhaal, Robert Duvall, Colin Farrell
Distribuzione: 20th Century Fox
Durata: 113’
Origine: USA, 2009
Una scena di Crazy Heart ripresa dal pubblico di un concerto ad Albuquerque
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