"Happy Family", di Gabriele Salvatores
Operazione troppo cerebrale per divertire e troppo ludicamente inoffensiva per stupire. Quella di Salvatores è purtroppo una “famiglia felice” dove il cinema alla fine non riesce a sopravvivere, costantemente preoccupato di manifestarsi nei suoi sguardi in macchina, nei monologhi esplicativi dei personaggi, nelle strizzatine d'occhio confidenziali e citazionistiche con cui si cerca di allestire un mondo (meta)cinematografico
Ci sono due famiglie che si incontrano per una cena che intenderebbe festeggiare il precoce matrimonio tra i sedicenni compagni di scuola Marta e Filippo. A farle incontrare in realtà è lo sceneggiatore Ezio, che trascorre, tra una paura di vivere e l'altra, le proprie giornate all'interno del suo appartamento milanese, con le sue storie e i personaggi che ogni tanto decidono di ribellarsi al destino drammaturgico affibbiatogli dall'autore. L'autore divide questo suo "racconto" in tre atti: "personaggi e interpreti", "confidenze", "family". Il capitolo secondo, "confidenze" appunto, è quello dedicato al cuore del film, la cena in cui i personaggi presentati nella prima parte scoprono affinità o, come nel caso dei due ragazzini, contrasti insanabili. Ecco Vincenzo (F. Bentivoglio) scoprire di essere gravemente malato di cancro e trovare nelle stravaganze dell'altro capofamiglia fumatore di hashish (D. Abatantuono) la possibilità di una nuova amicizia, un'altra vita da consumare in fretta viaggiando in barca verso Panama. C'è poi la bella ma complessata pianista Caterina, figlia di Vincenzo e Anna (M. Buy) e sorella di Filippo, che fa perdutamente invaghire il narratore stesso del film, Ezio appunto, anch'egli invitato alla cena per aver conosciuto Anna in un incidente in bicicletta. Tanti intrecci e personaggi diversi per una commedia che intenderebbe raccontare le crisi identitarie, famigliari e rituali dell'Italia di oggi, ma che in realtà riflette soprattutto sull'arte, la vita, e, più implicitamente, sul cinema italiano di oggi e la sua "ansia" di comunicare/divertire/sperimentare. Il confine tra reltà e finzione viene del resto scardinato già nel prologo, disambiguato dal demiurgo-sceneggiatore, alter-ego del regista, interpretato da Fabio De Luigi (perfettamente in parte, come tutto il resto del cast). Tematiche care a Salvatores dai tempi di Nirvana, il film per certi versi più vicino a questo Happy Family. Per quanto volenteroso e “ingegnoso” quest'ultimo Salvatores continua però a rimanere troppo ancorato al costruzionismo programmatico di un'originalità ossessiva e farraginosa, difetto non nuovo nella filmografia del regista di Mediterraneo. Operazione all'interno della quale ci è troppo difficile entrare, Happy Family è troppo cerebrale per divertire e troppo ludicamente inoffensivo per stupire. Quella di Salvatores è purtroppo una “famiglia felice” dove il cinema alla fine non riesce a sopravvivere, costantemente preoccupato di manifestarsi nei suoi sguardi in macchina, nei monologhi esplicativi dei personaggi, nelle strizzatine d'occhio confidenziali e citazionistiche con cui si cerca di allestire un mondo (meta)cinematografico e ambiziosamente figlio di Pirandello e Calderon de la Barça. Alla lunga vita e libertà espressiva finiscono così per disperdersi, salvandosi giusto in qualche breve frammento (i notturni di Milano in bianconero, quasi un raffinato videoclip a sé, o l'happy ending finale, promessa di un'emozione capace di andare oltre la claustrofobia del film nel film), segnando un passo indietro rispetto alle ultime, non disprezzabili, pellicole salvatoresiane.
Regia: Gabriele Salvatores
Interpreti: Fabio De Luigi, Diego Abantuono, Margherita Buy, Carla Signoris, Fabrizio Bentivoglio
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 90'
Origine: ITA, 2010
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