"Agora", Alejandro Amenábar
Parte come un film di fantascienza ma poi diventa un kolossal storico di scontata linearità e di spropositata durata dove la mano del regista spagnolo si vede solo a debole intermittenza. Il cinema di Amenábar si è ormai spostato in un’altra direzione. Questo non è un limite ma un dato di fatto. Ma il modo in cui il cineasta affronta il genere che è di un grigiore assoluto
Si è spostato in un'altra direzione, rispetto ai primi film, il cinema del regista spagnolo Alejandro Amenábar. Questo non deve per forza considerarsi un limite ma è un dato di fatto. Dalle tracce di horror claustrofobici di Tesis e Apri gli occhi, il cineasta è passato invece al thriller soprannaturale (The Others), al melodramma sulla malattia (Mare dentro) e al kolossal storico di quest'ultimo Agora, affrontando i generi nella loro struttura più lineare. Forse Amenábar è uno dei più statunitensi dei registi europei. Spingendoci oltre si potrebbe individuarlo come una sorta di "Besson spagnolo" per il modo in cui come tenta ogni volta di confrontarsi, a livello produttivo, con quella che può apparire una sfida. Agora si muove proprio su questa linea. Ad Alessandria nel IV° secolo dopo Cristo, con l'Egitto sotto la dominazione romana e con la rivolta dei cristiani in atto, la brillante astronoma Hypatie (Rachel Weisz) cerca di conservare le conoscenze accumulate nel corso dei secoli con l'aiuto dei suoi discepoli. Con loro è rifugiata dentro la grande biblioteca, per proteggersi dalla furia degli insorti. Tra i suoi allievi, de ne sono due che cercano di conquistarla. Da una parte c'è Oreste e dall'altra Davus, uno schiavo diviso tra i sentimenti che prova per lei e la prospettiva di far parte dei cristiani che stanno diventando sempre più potenti.
Agora comincia quasi come un film di fantascienza. Ci sono infatti le immagini delle stelle che sembrano anticipare la materializzazione di mondi lontani nel tempo. E, da un certo punto di vista, nel film c'erano delle tracce di un'astrattezza che avrebbe potuto dare al film una connotazione diversa. Le stesse inquadrature di Alessandria dall'alto, il bianco dominante e quasi accecante o la parte iniziale con i residui del sapere nella biblioteca potevano apparire, nel modo come erano mostrate, delle variazioni rispetto il classico kolossal storico. Amenábar però non possiede quell''ingenuità e quell'involontaria grazia del cinema di Besson. Il cineasta francese ogni volta sembra lanciarsi in ogni progetto senza paracadute, con l'ingenuità infantile di chi sta maneggiando un giocattolo nuovo. Al contrario, il regista spagnolo mette in pratica tutta la sua conoscenza nell'affrontare i generi e ciò avviene con un atteggiamento estremamente pratico ma senza trasporto. Vivificato dalla presenza di Rachel Weisz, Agora poteva essere realizzato da chiunque. Ancor meno che in Mare dentro la mano di Amenábar. Non è un limite, si diceva, ma è un segno di anonimato. Le immagini dei cristiani che bruciano un uomo, l'immagine di Devus diviso tra passione e desiderio, la folla che entra nella biblioteca sino ormai elementi ricorrenti nell'immaginario dei film storici. Forse la mano di Amenábar si vede nelle derive horror (il sangue mestruale di Hypatia, la donna che vede Davus incappucciato) ma sono solo delle deboli tracce di un'opera di scontata linearità e di spropositata durata.
Regia: Alejandro Amenàbar
Interpreti: Rachel Weisz, Max Minghella, Oscar Isaac, Ashraf Barhom, Michael Lonsdale, Sammy Samir
Origine: Spagna, 2009
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