"Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio", di Isotta Toso
Fiaba buonista ma senza i toni della fiaba, questo Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio conferma che quando un film, invece di mostrare, decide di sposare una causa, non rende un buon servizio nè al cinema nè alla causa stessa.
Negli ultimi anni, Piazza Vittorio Emanuele II (Piazza Vittorio per gli amici) nel cuore del quartiere Esquilino a Roma, sembra essere stato eletto a luogo simbolo di una capitale multietnica. Meglio: di un’ipotesi di città e di Italia multietnica, nei fatti ancora tutta in gestazione. Ne sono una testimonianza la fortunata esperienza dell’Orchestra di Piazza Vittorio e anche lo stesso romanzo di Amara Lakhous, scrittore e giornalista algerino residente a Roma, da cui è tratto questo film. L’idea è quella di un condominio dove italiani e stranieri convivono insieme alle proprie abitudini e ai propri pregiudizi a fuoco incrociato (la diffidenza colpisce anche gli italiani di altre regioni o confessioni calcistiche); un condominio in cui si manifestano anche i rapporti di classe esistenti nella società, con gli italiani spesso in posizione di forza quando non di sfruttamento.
C’erano insomma le premesse per indagare uno dei nodi problematici più rilevanti dell’oggi, usando il racconto corale per penetrare le contraddizioni di una società il cui livello di integrazione è ancora estremamente basso. Purtroppo, l’opera prima di Isotta Toso è piagata da una vocazione per il didascalico e il politicamente corretto così inarrestabile da sortire effetti collaterali indesiderati, per non dire contrapposti. Il primo errore è pretendere di pulire lo sguardo dai pregiudizi e dai luoghi comuni quando i personaggi stessi sono degli stereotipi tratteggiati con superficialità, figurine che veicolano soltanto il proprio contenuto pedagogico e la propria funzione all’interno di un meccanismo narrativo ora efficace ora scricchiolante. Ci sono il professore lombardo precisino, la portiera napoletana razzista e impicciona, l’anziana innamorata del suo cagnolino, il delinquentello coatto e dannato (Marco Rossetti, comunque la figura più viva e piccola rivelazione di un cast eterogeneo). Caratteri comici orfani però della commedia: il film non si appiglia al genere e oscilla fra dramma, ironia e lirismo senza che la regia chiarisca a se stessa quale sia il tono, la temperatura emotiva del film. E così non trova giustificazione l’antinaturalismo dei dialoghi, a tratti tanto aulici e didascalici da richiamare una fiaba naif o un apologo filosofico, e che invece risultano solo stridenti e irreali, complicando la vita degli attori. La massima espressione di questo problema si ha nel personaggio dell’iraniana interpretato da Serra Yilmaz, attrice-feticcio di Ozpetek, che dispensa sentenze e perle di saggezza senza sosta.
La caratterizzazione degli stranieri è in effetti altrettanto stereotipata, ma tende piuttosto all’idealizzazione, in virtù anche della dote di sofferenza per un’identità negata e oppressa che si portano dietro. Ma a ben vedere, nell’impianto del film questa sofferenza è ad uso e consumo degli italiani, in particolare per la coppia formata da Daniele Liotti e Kasia Smutniak che, attraverso una serie di epifanie e di identificazioni, trova gli elementi per risolvere le proprie crisi e ad aprirsi all’altro. A quanto pare che gli eroi del nostro cinema possono essere salvati solo da uno straniero che insegni loro a vivere o da un incidente che gli faccia mettere la testa a posto. È in questa rappresentazione salvifica dello straniero che si palesa la dimensione consolatoria del film, che la cattiva coscienza fa capolino fra le buonissime intenzioni. E l’operazione complessiva appare come l’ennesima inefficace predica ai già convertiti, il doppio rovesciato delle cronache xenofobe dei telegiornali.
Interpreti: Daniele Liotti, Marco Rossetti, Kasia Smutniak, MIlena Vukotic, Francesco Pannofino, Isa Danieli, Serra Yilmaz
Distribuzione: Bolero Film
Durata: 96'
Origine: Italia, 2010
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