"The Road", di John Hillcoat
Mentre il mondo sfuma a poco a poco nel nulla, resta la luce tenue del ricordo, della speranza folle, dell’amore. Il fuoco che ci tiene. E’ tutto qui, non c’è null’altro da dire. Non si può parlare neanche più di metafora. Fedele allo spirito del romanzo di McCarthy, Hillcoat si spoglia di tutto, per tornare all’uomo, al cuore e all’essenza. In concorso a Venezia 66
Noi portiamo il fuoco? E’ l’unica domanda a cui varrebbe la pena rispondere, lungo la strada. Un domanda tagliente e lucida come la lama di un coltello, talmente chiara e implacabile da trovar senso in sé, senza più pretendere o limitarsi ad essere metafora d’altro. Eppure, nonostante tutto, una domanda che suona ‘strana’ come una dissonanza in un mondo abituato a vivere nascostamente. Forse, il segreto miracoloso di Cormac McCarthy sta proprio nel suo percorrere sentieri che sembrano portare alla parabola, all’astrazione del mondo iperuranio, eppure grondano a ogni passo di sangue caldo e vivo. Il fuoco sotto la neve. Le faville delle passioni che scintillano nella gelida e cristallina perfezione del creato. L’arte sembra tutto, ma non è niente. E’ solo la preghiera che fa riaffiorare dal profondo le divinità ctonie che custodiscono il mistero dell’esistenza e parlano la lingua del mito. Tutta la grande letteratura americana si colloca in questa quarta dimensione in cui la natura non cessa mai di trasfigurarsi nel simbolo, per poi ridiventare subito materia e carne. Il canto di una frontiera, linea di confine tra il divino e l’umano. E, John Hillcoat, già regista di The Proposition, nell’adattare per il grande schermo La strada, l’ultimo romanzo di McCarthy, sembra coglierne il valore: quel suo essere punto di non ritorno di una tradizione al tempo stesso mistica e materica, viaggio allucinato in quel nostro limbo quotidiano in cui siamo costretti a vagare, alla ricerca di quel senso ultimo, in cui risposa la salvezza. Ci muoviamo ‘lungo trame dantesche’, come una volta diceva qualcuno. Un tempo imprecisato, un mondo devastato da una catastrofe sconosciuta. Un uomo e un ragazzo camminano per lande grigie e desolate, oppresse dal gelo e dalla pioggia. Si dirigono verso sud, in cerca di cibo, calore e vita. Ma è una lotta disperata contro la fame, al riparo dalle bande armate di profughi condannati ormai al cannibalismo. A tenerli in vita c’è solo il fuoco, quella cosa indefinibile che cova nell’anima, tra le ceneri del dolore, e ci rende uomini. Mentre il mondo sfuma a poco a poco nel nulla, resta la luce tenue del ricordo, della speranza folle, dell’amore. E’ tutto qui, non c’è null’altro da dire. Non si può parlare neanche più di metafora. Semmai è questione di fisica, biologia, chimica. La ricerca del nucleo. Fedele allo spirito del romanziere (molto più dei fratelli Coen e della loro esibita intelligenza), Hillcoat si spoglia di tutto. Rinuncia alla psicologia, alla tentazione del catastrofismo, alla denuncia millenaristica della miseria di un’umanità votata all’apocalisse, nella convinzione che il male e la tragedia siano naturali come l’aria. Rinuncia al suono fastidioso di troppe parole e ai colori, desaturandoli in un grigiore uniforme, un universo plumbeo dove un semplice scarabeo verde diventa il segno di un’utopia. E a poco a poco sembra rinunciare anche allo spazio, restringendo il campo dell’inquadratura, fino a concentrarsi sul profilo tenero e severo del piccolo Kodi Smith-McPhee, sul volto perfetto e dolente della Theron, su quelli incredibili e meravigliosi di Viggo Mortensen, Robert Duvall e Guy Pearce, percorsi da rughe che sembrano sentieri di guerra, cicatrici di dolore e tempo. Ecco: The Road è un ritorno all’uomo, un viaggio d'amore verso il cuore e l’essenza, punteggiato dalla partitura magica di Nick Cave. Un padre e un figlio in cammino. A mantenere acceso il fuoco.
Regia: John Hillcoat
Interpreti: Viggo Mortensen, Charlize Theron, Kodi Smit-McPhee, Guy Pearce, Robert Duvall, Molly Parker, Michael Kenneth Williams
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