"La regina dei castelli di carta", di Daniel Alfredson

Le premesse poste dalla fantasia di Larsson si traducono in un cinema di promesse mancate. La fedeltà al testo è solo un rifugio nel pretesto, l'accettazione passiva del ruolo di mero esecutore. Non c'è una sola inquadratura, un solo stacco che lasci intravedere una cifra personale, un coinvolgimento emotivo seppur minimo, un cenno di interpretazione, un tentativo di decifrare segni e produrre senso. Due ore e mezza di immobilità assoluta

la regina dei castelli di cartaCi siamo, finalmente. La regina dei castelli di carta, ultimo atto della 'Millennium saga' nata dalla penna di Stieg Larrson, tira le somme di intricatissime vicende e ristabilisce la verità. Almeno così sembra. Perché è noto che il giornalista svedese avesse in mente ulteriori sviluppi, stroncati sul nascere dalla sua morte prematura. Sulla storia di Lisbeth Salander e Mikale Blomkivst pesa, dunque, un senso di incompiutezza, che non può che riflettersi sul film di Daniel Alfredson, confermato dopo (e nonostante) La ragazza che giocava con il fuoco.
Lizbeth, l'hacker dal passato ancora in parte oscuro, è ricoverata in ospedale. A pochi metri da lei c'è il padre 'mostro', l'ex spia sovietica Zalachenko. Entrambi rientrano nei piani occulti di un gruppo di potere, che è intenzionato a non lasciar alcuna traccia della propria attività illecita. Zalachenko è spacciato. Lizbeth, sotto stretta sorveglianza, riesce a scampare a un primo attentato. Il suo obiettivo è arrivare sana e salva al processo in cui si decideranno le sue sorti. Ad aiutarla l'onnipresente Mikael, giornalista d'assalto della rivista 'Millennium'.
L'ora della riscossa sconta l'inevitabilità della fine... Il film di Alfredson si rivela, per forza di cose, un atto irrisolto. Come l'ultimo saluto sospeso di Lisbeth e Mikael. Le premesse poste dalla fantasia di Larsson si traducono in un cinema di promesse mancate. Un senso di frustrazione prende alla gola. Di fronte a La regina dei castelli di carta, si ha la netta sensazione che Alfredson si sia ritrovato in un impasse insormontabile. E questo episodio, a conti fatti, risulta il peggiore della serie, ben al di sotto del primo capitolo firmato da Niels Arden Oplev, che, pur tra mille tentennamenti, era riuscito a confezionare un solido prodotto di genere. Alfredson si mantiene a distanza di sicurezza. La fedeltà al testo è solo un rifugio nel pretesto, l'accettazione passiva del ruolo di mero esecutore. Non c'è una sola inquadratura, un solo stacco che lasci intravedere una cifra personale, un coinvolgimento emotivo seppur minimo, un cenno di interpretazione, un tentativo di decifrare segni e produrre senso. E il risultato è un film che rispetta il plot di Larsson solo in apparenza, per negarne nel concreto tutte le implicazioni emotive e 'politiche'. Alfredson immerge paesaggio e figure in una monotonia cromatica, in un grigiore pumbleo, che vorrebbe essere segno di malessere e minaccia, ma risulta, invece, un velo asfittico che impedisce l'immedesimazione, qualsiasi volo. Si limita a dialoghi esplicativi, a primi piani didascalici, alla tranquillità dei campi e dei controcampi. Non apre mai la prospettiva e resta fermo anche quando l'azione chiede movimento. Due ore e mezza di immobilità assoluta. Non ha neanche senso parlare di regia televisiva. E' solo uno sguardo opaco, incapace di esprimere un'idea di cinema, un'idea di mondo.  
 
Titolo originale: Luftslottet som sprängdes
Regia: Daniel Alfredson
Interpreti: Michale Nyqvst, Noomi Rapace, Michalis Koutsogiannakis, Per Oscarsson, Lena Endre, Annika Hallin, Georgi Staykov
Distribuzioen: BIM Distribuzione
Durata: 148'
Origine: Svezia, 2009
 
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