"Saw VI", di Kevin Greutert

Il passaggio da saga cinematografica a serie tv ormai è completato: Saw VI abbandona qualsiasi forma di autonomia filmica per trasformarsi in episodio, ma gli elementi caratteristici rimangono gli stessi di sempre. Non c'è una poetica della violenza, non ci sono idee: rimane solo un'innocua carneficina caratterizzata da quella messa in scena sincopata che è cifra stilistica di tutta la saga

Saw VIAltro giro, altra corsa: il perfido Jigsaw, deceduto ormai da tempo immemore (in Saw III, per la precisione) continua a mietere vittime e a seminare il terrore. Al sesto film, la saga di Saw continua a riproporre gli elementi che ne hanno determinato il successo, senza preoccuparsi di rinnovare la formula: allora, ecco di nuovo che la fantasia (?) degli sceneggiatori viene messa duramente alla prova per inventare situazioni nuove e strumenti di tortura sempre più truci. Come già detto in precedenza, ad ogni film aumenta l’impressione di trovarsi di fronte a una serie tv mancata, anziché a una saga cinematografica: in maniera ancora più marcata rispetto ai precedenti episodi, Saw VI perde completamente qualsiasi forma di autonomia, al punto che i continui riferimenti agli avvenimenti passati coprono buona parte dell’arco narrativo dell’intera pellicola, grazie a flashback ex novo pensati e girati appositamente per questo capitolo. Ma chi non conosce a menadito tutta la storia è destinato a perdersi presto nei meandri di un intreccio inutilmente contorto, dove il filo conduttore è ancora una volta il giustizialismo del killer che uccide solamente chi “se lo merita”: questa idea, sviluppata discretamente nel primo capitolo, ormai non sorprende più nessuno, anche perché manca qualsiasi forma di visione della violenza: mai catartica, mai dialettica, mai etica. Se si guarda all’horror che conta, se lo si studia e lo si considera come strumento di riflessione, non sarà difficile rendersi conto di come i suoi elementi caratteristici (la vittima, il mostro, il sangue…) diventano parte di un discorso che va molto al di là del film in sé: diventano sguardo su una realtà e su un mondo, diventano specchio dell’Uomo e della Storia. Negare questo per eliminare la componente dialettica del genere non è necessariamente un male (si può pur sempre realizzare un prodotto di puro intrattenimento, come appunto il primo Saw), ma giunti al sesto capitolo si ha tutto il diritto - se si vuole -  di voltargli le spalle. Il montaggio sincopato (cifra stilistica di tutta la saga, almeno dal secondo film in poi) e la messa in scena quantomeno televisiva (a dirigere stavolta c’è l’autore del montaggio) rendono Saw VI l’ennesimo tassello di un serial appena più violento della media, ma che nasconde a fatica la vacuità dell’operazione. Solamente un massacro ininterrotto, per di più assolutamente innocuo: viene tirato in ballo addirittura il sistema sanitario americano, ma la presa di posizione è all’acqua di rose e sembra più un contentino per recensori dall’elogio facile che non una dichiarazione politica vera e propria; e non mancano neppure le solite banalità sul male messe in bocca a Jigsaw, villain che poteva avere tutte le carte in regola per entrare nell’immaginario, ma divenuto oramai privo di fascino proprio a causa della reiterazione forzata delle proprie gesta.

Titolo originale: id.
Regia: Kevin Greutert
Interpreti: Tobin Bell, Costas Mandylor, Shawnee Smith, Betsy Russell, Athena Karkanis, Peter Outerbridge, Marty Moreau, Samantha Lemole
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 90’
Origine: USA, Canada, Gran Bretagna, Australia, 2009
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