"Una notte blu cobalto", di Daniele Gangemi
Ciò che manca a Gangemi è il tempo, il tempo per raccontare la magia di questa notte blu cobalto. La magia non ha sempre bisogno di effetti speciali per essere espressa. A volte sono sufficienti una passeggiata, le luci della città e alcune note musicali, qualche istante ritagliato con cura, sottratto a una narrazione fino a questo momento giustamente e necessariamente forsennata
Tra le tante tappe che il protagonista Dino Malaspina tocca per consegnare le pizze blu cobalto, ce n’è una rivelatrice più delle altre: un cinema al cui ingresso sono attaccate, vicine l’una all’altra, le locandine di 8 ½ e Donnie Darko (anche quella di Fuori orario non avrebbe sfigurato). Eccola qui la dichiarazione d’intenti del regista Gangemi: realizzare un film sul tempo, sulla solitudine, sulla notte, sulla magia, sospeso tra realtà e sogno, tra giorno e notte, adolescenza ed età della ragione. Da qualche parte nella città, la pizzeria “Blu Cobalto” ha aperto i battenti e cerca un ragazzo per consegne a domicilio. Come attirato dall’insegna blu al neon (ma è un’attrazione che lo spettatore non riesce a fare propria…), Dino entra nella pizzeria e viene assunto. Inizia così una lunga notte in cui, tra una consegna e l’altra, Dino si imbatte in clienti strani e inquietanti, accomunati tutti da un unico denominatore comune, la solitudine. Nonostante siano tutti bene immaginati e ben inseriti nello spazio (le scenografie di Giuseppe Busacca risultano essere, d’accordo con le note di regia, allo stesso tempo vere per la materialità tangibile e finte per l’eccessiva colorazione e la plasticità fuori luogo) nessuno dei tantissimi personaggi che Dino incontra nel corso della notte resta impresso. L’anziana signora che rimpiange un figlio, la piccola Lolita che stende il suo testamento, l’affascinante ragazza lesbica sono tutti caratteri che, per venire fuori, avrebbero necessitato di più tempo, caratteri con cui lo spettatore avrebbe voluto trascorrere qualche minuto in più. L’unico personaggio che si contraddistingue è il proprietario della pizzeria interpretato da Haber, padre putativo che dispensa insegnamenti saggi e divertenti sulla vita citando Sunzi e l’Arte della guerra.
A sostenere un film che altrimenti risulterebbe un po’ ordinario, sono alcune invenzioni visive, ne abbiamo contate almeno tre, ricercatezze tecniche non innovative ma efficaci nel raccontare lo stato d’animo del protagonista. La prima: la macchina da presa dell’operatore Michele D’Attanasio simula, con leggeri fuori fuoco e zoomate (che già avevamo visto, con maggiore insistenza, nel Good morning Aman di Claudio Noce), il vagare incerto e stralunato di Dino con il suo motorino tra le strade dissestate della città. La seconda: con un’astuta combinazione di zoom e carrello ricrea l’immobilità di Dino, mentre Valeria, Catania, l’Etna e tutto il resto continuano a scorrere indifferenti (la ragazza tiene gli occhi fissi su un libro). La terza: con l’andare e venire del carrello semicircolare del finale, infine, simula il tentativo di assestarsi della biglia – a cui Dino era stato equiparato - sballottata di qua e di là per tutto questo tempo da Valeria e dagli altri clienti della pizzeria. Il carrello finalmente si assesta, la biglia finalmente termina il suo moto e Dino può avviarsi, ora che è indipendente e che riesce a volersi un po’ più bene, lungo una nuova stradina. Una stradina altrettanto dissestata (il motorino guidato da un altro ragazzo che fatica tra una buca e l’altra), ma finalmente nuova.
Interpreti: Corrado Fortuna, Regina Orioli, Valentina Carnelutti, Alessandro Haber, Vincenzo Crivello
Origine: Italia, 2008
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