"Il padre dei miei figli", di Mia Hansen Løve
C'è il fantasma di Humbert Balsam, l'illuminato produttore francese che si è suicidato nel 2005 in questo secondo lungometraggio della più che promettente ventinovenne cineasta francese. Forse manca l'impeto di Claire Denis o la frantumazione vita/set di Assayas ma possiede anche un'intensità notevole nella rappresentazione dell'universo familiare
C'è il fantasma di Humber Balsan, l'illuminato produttore francese (tra i suoi film Adieu Bonaparte di Chahine, Intervento divino di Suleiman e L'intrus di Claire Denis) che si è suicidato nel 2005, dentro questa malata e febbrile opera della ventinovenne Mia Hansen Løve, vincitore del Premio Speciale della Giuria nella sezione "Un certain regard" al Festival di Cannes del 2009. Non si tratta però di una biografia. In realtà Il padre dei miei figli è un film di slanci, di corrispondenze mancate, di salti nel vuoto. Non è neanche un film sul cinema ma soprattutto sul contrasto/rapporto tra arte e denaro, su una famiglia che viene vista dal protagonista quasi come una proiezione mentale, una provvisoria visione. Il produttore cinematografico Grégoire Canvel sembra avere tutto quello che desidera: una moglie che ama e tre splendide figlie e un lavoro in cui mette tutta la sua energia. La sua compagnia, l'indipendente Moon Film, è molto stimata ma da tempo i rischi e i debiti la stanno spingendo verso la bancarotta. Lui fa di tutto per poterla salvare ma ad un certo punto i problemi diventano irrisolvibili.Non ha ancora l'impeto di Claire Denis o l'incontrollabile flusso di Olivier Assayas (con cui ha recitato in Fin aôut, début septembre e Les destinées sentimentales) nella frantumazione vita/set di Irma Vep, ma Mia Hansen Løve è più di una promessa. Già critica dei "Cahiers du cinéma", e al secondo film dopo Tout est pardonné, il suo film può avere qualche limite in delle forme di compiacimento letterario o uno sguardo su Parigi come luogo di nervoso attraversamento post-Nouvelle Vague e filtrata attraverso il cinema di Christophe Honoré. Al tempo stesso però possiede un'intensità notevole nella rappresentazione dell'universo familiare, luogo essenzialmente vissuto e non scritto, tra passeggiate, recite, abbracci improvvisi dove emerge Chiara Caselli che è al tempo stesso complice, capofamiglia, reincarnazione dell'uomo. Il biopic nella regista diventa ricordo vissuto, i meccanismi esistenziali carichi di dolore ma anche di autentica spontaneità come in Desplechin. La regista sembra aver tirato fuori l'anima del produttore, scheggiata e non ricomposta oggettivamente ma assemblata attraverso frammenti, pulsioni, tra gli incontri della figlia maggiore con l'aspirante cineasta, ai dipendenti della compagnia, fino all'autore che ha mandato in rovina il produttore (sembra che dietro di lui si nasconda l'ungherese Béla Tarr e il suo L'homme des Londres che aveva superato il budget previsto a causa dell'ostinazione del cineasta che voleva girare in una location impossibile come il porto di Bastia in Corsica). E lei sembra voler ridialogare con lui. Il primo film della regista era infatti uno degli 8 progetti a cui stava lavorando Balsan prima della scomparsa. Con quest'opera riprende forma anche attraverso l'ottima prova di Louis-Do de Lencquesaing, che si muove come se fosse sempre sospeso e leggermente innalzato da terra. Forse già un fantasma a inizio film,ma che lascia il segno sul cinema nel cinema, sugli affetti, sugli ambienti. In questo, nella sua inafferrabilità iniziale, Il padre dei miei figli diventa poi una pellicola che si sedimenta, che a ogni pensiero lascia altri dettagli nella suo incontrollabile scorrere non con il tempo ma attraverso il tempo. E dimostra come Mia Hansen Løve abbia vissuto in prima persona il film mentre l'ha girato. Ed è forse per questo che, ripensandoci, cresce sempre di più.
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