"Poliziotti Fuori", di Kevin Smith
Smith affina il ritmo delle smitragliate verbali e lo scintillio della confezione 'professionale', e porta a casa una nuova ora e mezza di assalti logorroici al buon senso e al politicamente corretto. Insieme alle tinte più intime da cui fare scaturire attimi di un cineasta più sensibile, anche paradossalmente timido, ostinatamente personale e nemmeno stavolta troppo incline al compromesso
Anche se non ha convinto i distributori italiani al punto da mandarlo in sala (e al momento è assente anche dalle offerte home video), il precedente, bellissimo film di Smith, Zack and Miri make a porno, conteneva probabilmente la sequenza più significativa dell'intera filmografia dell'autore. L'epifania di un cinema che nasce direttamente dalla registrazione su pellicola dello scorrere di una quotidianità 'creatrice' (se è nell'inquadratura, è l'inquadratura), ma che subito dopo si rivela come assolutamente intimo e interiore, dove la verosimiglianza è dei sentimenti se non delle immagini (da questo punto di vista nel corso degli anni ha funzionato come dichiarazione d'intenti il frequente ricorso agli intermezzi buffi e fumettistici del duo Jay e Silent Bob, che da una parte astraevano l'effetto diaristico su livelli di surrealtà, e dall'altro attraverso il demiurgo Bob 'Lingua Secca', lo stesso Smith, esplicitavano il coinvolgimento in prima persona del regista nelle sue storie).
Dopo aver perso tutti i suoi soldi nell'idea folle di girare con gli amici un porno amatoriale basato su Guerre Stellari, Seth Rogen, il protagonista di Zack and Miri, ha l'idea vincente di girare un altro film hardcore a zero budget sul suo luogo di lavoro, una pittoresca caffetteria, utilizzando la telecamera a circuito chiuso piazzata dal proprietario del caffé per spiare i dipendenti nei loro frequenti momenti di nullafacenza. La vita privata si trasforma in cinema, basta accendere una telecamera – e il concetto di circuito chiuso è forse quello centrale per capire la poetica di Smith. Zack and Miri make a porno è stato probabilmente il punto di non ritorno, un film del regista di Clerks in cui le gag fanno meno ridere di quanto i momenti sentimentali facciano commuovere.
Questa volta, con alle spalle una produzione Warner e uno script da buddy movie confezionato da Rob e Mark Cullen (ma visibilmente sabotato dall'improvvisazione sul set insieme agli attori), Smith affina il ritmo delle smitragliate verbali e lo scintillio della confezione 'professionale' (le sequenze simil-action son tutte abbastanza veloci da coprire i suoi limiti di regista), e porta a casa una nuova ora e mezza di assalti logorroici al buon senso, al politicamente corretto, e all'idea del pudore, dimostrando che, volendo, la sua macchina di volgarità esilaranti sa ancora come centrare ripetutamente il bersaglio.
Il regalo più grande glielo fa Bruce Willis, affidandosi in maniera assoluta e senza freni alla goliardia del regista, come l'ultimo dei grandi attori degni dell'epoca d'oro di Hollywood, che anche in film più piccoli portavano avanti il lavoro sul proprio Mito (in quest'ottica il personaggio di Willis in Poliziotti Fuori continua una riflessione sul suo classico character che l'attore ha intra
preso almeno da Hostage via Solo due ore o Il mondo dei replicanti).
E' come se stavolta Smith andasse compiendo l'operazione opposta al suo classico filmare: il punto di partenza è il cinema, come esplicitato non solo dall'icona-Bruce Willis ma anche dal prologo in cui Tracey Morgan spiega agli spettatori il concetto di 'hommage', e poi si lancia in un interrogatorio che è una sorta di best of delle frasi da poliziotto cattivo in decenni di action, tutte subito riconosciute dal compare Bruce (tranne il suo leggendario hippy kai ye...). Il punto d'arrivo è la vita, perché il cinema di Kevin Smith è sempre più prepotentemente il cinema di un padre (basta ascoltare gli argomenti toccati negli ultimi evenings with Kevin Smith in dvd...), che mette la figlia Harley neonata a interpretare il suo ruolo da bambino in Jay & Silent Bob strikes back, che le dedica il suo film più 'privato', Jersey Girl, e che conclude il secondo Clerks con Rosario Dawson incinta.
E allora il subplot di Bruce Willis poliziotto padre che deve ritrovare la figurina preziosissima trafugatagli dagli sgherri di un boss latino appassionato di baseball, vendendo la quale sarebbe riuscito a pagare lo sfarzoso ricevimento di matrimonio promesso alla figlia, diventa il fulcro a tinte più intime da cui fare scaturire attimi di un cineasta più sensibile, anche paradossalmente timido, ostinatamente personale, e come sottolineato dal finale con scacco al Capitale, nemmeno stavolta, e nonostante tutto, troppo incline al compromesso.
Titolo originale: Cop Out
Regia: Kevin Smith
Origine: USA, 2010
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