"City Island", di Raymond De Felitta
Tipico film scritto con consapevolezza, qualche buona intenzione e conoscenza dei “trucchi”, senza però che questa “sapienza” scolastica arrivi a concretizzarsi nell’emozione e, cosa ancor più grave per un'opera che racconta i piccoli melodrammi della gente comune, a farci credere in queste vite
City Island è un isolotto del Bronx fondato da pescatori che si differenzia nettamente dal resto della città: una location curiosa, per certi versi inedita, scelta dal regista Raymond De Felitta per raccontarci gli italoamericani di New York, rispetto soprattutto a tutte le altre pellicole ambientate nella Grande Mela. Uno strano nome da dare a un posto City Island. “Due parole che sono in netto contrasto tra di loro” fa notare l’amica al protagonista Vince Rizzo (un generoso quanto fragile Andy Garcia), guardia carceraria che ha l’aspirazione di diventare attore. Quest’ultimo un giorno si imbatte in un giovane detenuto di nome Tony Nardella, che è in realtà il suo figlio illegittimo. Quando Vince decide di portare il ragazzo a casa sua, il già precario equilibrio della famiglia Rizzo (moglie insoddisfatta, figlia spogliarellista e figlio curiosamente attratto dalle donne obese) esploderà violentemente, con esiti comici e drammatici allo stesso tempo. Con le dovutissime proporzioni, la funzione di Tony nel film non è troppo distante da quella del personaggio interpretato da Terrence Stamp in Teorema di Pasolini: una sorta di rispecchiamento metaforico di un disagio borghese incancrenito, “mina vagante” che fa letteralmente scoppiare i rapporti tra i protagonisti. Con la differenza sostanziale (tra le tante ovviamente di due opere imparagonabili) che mentre l’epilogo del capolavoro pasoliniano abbracciava le tinte fosche dell’annientamento, nel film(etto) di De Felitta è la ricomposizione posticcia e frettolosamente ottimista a chiudere il cerchio. Non che City Island non ambisca a una sua dimensione umanistica e semi-indipendente, con puntate di velata critica sociale da piccolo cinema americano Off Hollywood che qua e là paiono insinuare uno sguardo corrosivo sulla middle class americana. Il problema è che l’operazione perdendosi nelle tante sottotrame della famiglia Rizzo, perde di vista il mood di partenza, fallendo sia come commedia che come affresco di quartiere. Il tipico film scritto con consapevolezza, qualche buona intenzione e conoscenza dei “trucchi”, senza però che questa “sapienza” scolastica arrivi a concretizzarsi nell’emozione e, cosa ancor più grave per un film che racconta i piccoli melodrammi della gente comune, a farci credere in queste vite.
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