"Alice", di Oreste Crisostomi
Alice è una giovane sognatrice, innamorata di un collega che non la ricambia e disinteressata alle premure di un ragazzo più simile a lei. Col tempo imparerà a conoscere sé stessa e le persone che incontra quotidianamente. Realizzata col contributo del MIBAC, questa favola moderna non risponde alle ambizioni del giovane regista, e si risolve in un collage velleitario di citazioni e personaggi stereotipati
Esordio alla regia del ventottenne Oreste Crisostomi, che ha firmato anche il soggetto e la sceneggiatura, Alice è una favola ambientata ai giorni nostri, eco di Alice nel paese delle meraviglie e Cenerentola. La protagonista si chiama significativamente come la celebre eroina di Lewis Carroll, ed è una sognatrice incallita. Innamorata di un collega di ufficio che non la ricambia, Alice acquisisce via via consapevolezza di sé e delle persone che la circondano; intuisce grazie a un sogno i suoi reali desideri e diventa – da ragazza spaurita che chiede sempre consiglio agli altri – finalmente protagonista della sua vita. Intorno a lei un carnevale colorato di figure surreali o sopra le righe: la fioraia Bianca, che la instrada con consigli camuffati da aforismi; la madre depressa, che la accusa di non partecipare ai problemi familiari; il padre umile, che vede nella pulizia domestica una ragione di vita. A condire la trama di banalità intervengono due immancabili personaggi: l’amico gay, che come una novella Fata Smemorina le consiglia il look adatto per un appuntamento, e la nonna moderna, che contribuisce alla sua crescita introspettiva.
Dal momento che Alice si propone come una favola attuale, sfiora anche temi sociali importanti, come l’aborto e il rifiuto di accettare l’omosessualità da parte di famiglie tradizionaliste. Ma a entrambi i temi vengono dedicati pochi minuti: la collega Angela si rende conto soltanto nella sala d’aspetto di non voler più abortire – scena cui avremo assistito in centinaia di film affini – e Sandro, l’amico gay, parla dei genitori retrogradi poco dopo aver intrattenuto con un negoziante omosessuale una delle conversazioni più stereotipate e anacronistiche del cinema odierno. Perché Alice non vuole sovvertire i cliché, ma prova a far divertire rimestando nel già visto; così viene parodiato il teatro contemporaneo in una scena ricalcata su molte altre, e alcuni personaggi sono creati ad hoc per strappare risate grossolane: l’amica che parla di coliche ne è un esempio. Eppure il regista ha più ambizioni di quanto il suo film lasci presagire, e nel richiamare opere di livello superiore trasforma Alice in un collage di citazioni gratuite. La patina fiabesca, con quei colori sgargianti e la protagonista assorta nei suoi pensieri, forse solo inconsapevolmente ricorda Il favoloso mondo di Amélie. Rimandi voluti sono invece quelli a Jules e Jim di François Truffaut, Anna di Alberto Lattuada, I tre volti della paura di Mario Bava. La sequenza del sogno richiama da vicino Federico Fellini, mentre i dialoghi fra Carlo e Alice dovrebbero evocare – per stessa ammissione del regista – i rapporti fra uomo e donna descritti da Aki Kaurismäki, con quei piani fissi di sguardi che non s’incrociano. Quando Alice si addormenta, scorrono scene di Zazie nel metrò e La rosa purpurea del Cairo, film che rappresentano finestre sull’inconscio di Alice. «Penso che i sogni ci aiutino a vedere meglio, ma con gli occhi chiusi», afferma un’insopportabile Catherine Spaak nel ruolo di moderna Sibilla Cumana. E il sogno, come in Alice nel paese delle meraviglie, ha una valenza fondamentale. Gli spunti si perdono nella molteplicità di sottotrame irrisolte, che spostano il baricentro della storia senza una reale necessità. I dialoghi inverosimili non si elevano a una surrealtà poetica ma rimangono piatti, banali, così come gli incontri dettati dal caso che denunciano, in realtà, la fretta del regista. Alla fine un carrello indietro svela il set e viene inquadrato Crisostomi di spalle. Perché in un film velleitario anche il metacinema si risolve in un espediente fine a sé stesso, che cita altre opere e ammicca allo spettatore colto senza mai approfondirne i motivi.
Regia: Oreste Crisostomi
Interpreti: Camilla Ferranti, Gisella Sofio, Catherine Spaak, Fioretta Mari, Elena Sinibaldi, Anna Longhi, Emanuela Aureli
Distribuzione: Medusa
Durata: 99'
Origine: Italia, 2009
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è una vergogna che sia stato anche finanziato dal ministero dei beni CULTURALI, ci siamo stufati di vedere il cinema italiano nel baratro. Ma com'è possibile che nelle sale arrivino solo queste terribili opere? non riesco a dire più niente....
Inviato da io il 23/07/2010
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