"Panico al villaggio", di Stéphane Aubier e Vincent Patar
Panico al villaggio riparte da zero, da quelle condizioni naturali che separano la realtà e l’immagine, la vita e l’idea, il moto e l’immobile. Ma assomiglia anche a un paradosso. Il massimo della libertà e della spontaneità creativa raggiunto solo attraverso un lavoro immane e un controllo assoluto del processo di creazione. L’ombre di sovrastrutture s’insinua come un dubbio. Aubier e Patar parlano ai bambini di oggi, così abituati a forme di animazione totalmente diverse? O si rivolgono solo a noi, alla nostra nostalgia per un’età mitica e lontana?
Panico al villaggio nasce come adattamento cinematografico di una serie animata andata in onda su Canal+, firmata dagli stessi Stephàne Aubier e Vincent Patar. Tutto parte da una scommessa, dunque: piegare un’idea originale ai ritmi e ai tempi del lungometraggio, per mettere definitivamente alla prova una tecnica di animazione anacronistica. I due registi belgi utilizzano la stop motion, ma non la applicano a pupazzi snodabili, capaci di movimento ed espressione, ma a modellini di plastica rigidi, con tanto di base. Per ogni personaggio, dunque, occorrono centinaia e centinaia di modellini. La sfida è tutta qui: vincere l’immobilità per ridare vita alla materia. E si tratta di una partita che, a ben guardare, si gioca su un duplice piano: la tecnica (essenziale al cinema), che riplasma la natura, e la fantasia (tipica dell’infanzia), che ridesta magicamente l’inerte dal suo sonno. Panico al villaggio riparte da zero, da quelle condizioni naturali che separano la realtà e l’immagine, la vita e l’idea, il moto e l’immobile. Ancor più dell’animazione tradizionale, quella del tratto e del disegno, ancor più dell’illusione mimica e mimetica dei burattini stregati dalla perizia del burattinaio. Qui è come prendere una pietra e darle corpo, anima, passato e direzione. Supporre la vita dall’inanimato sulla base di un volo di fantasia. In questo senso, la sfida di Aubier e Patar è vinta. E lo testimoniano i successi di critica, la partecipazione fuori concorso a Cannes 2009, i premi raccolti in giro, anche al Future Festival di Bologna. La storia è semplice. Al punto da essere irraccontabile. E’ il primo giorno d’estate e per festeggiare il compleanno dell’amico cavallo, il cowboy e l’indiano decidono di costruire un barbecue. Bastano cinque nata mattoni. Ma internet è una trappola infernale. Ed ecco piombare sul villaggio milioni e milioni mattoni. Il resto è caos, un’odissea senza mappe e senza mete, che affonda negli abissi marini e attraversa le calotte polari. Il racconto non segue un andamento lineare e credibile, ma risponde all’imprevedibilità illogica delle storie infantili, libere dall’ossessione per la verosimiglianza e la concatenazione implacabile tra cause ed effetti. Affascinante, non c’è che dire. Ma Panico al villaggio assomiglia a un paradosso. Il massimo della libertà e della spontaneità creativa raggiunto solo attraverso un lavoro immane e un controllo assoluto del processo di creazione. Ombre di sovrastrutture, che s’insinuano come un dubbio. Aubier e Patar parlano davvero ai bambini di oggi, così abituati a forme di animazione totalmente diverse? O si rivolgono solo a noi, alla nostra nostalgia per un’età mitica e lontana? Ma in questo caso tutto suona sterile e resta un senso di scollamento. Perché i giochi dei grandi non sono quasi mai innocenti.
Titolo originale: Panique au village
Regia: Stéphane Aubier, Vincent Patar
Interpreti (voci): Stéphane Aubier, Bouli Lanners, Vincent Patar, Jeanne Balibar, Bruce Ellison
Distribuzione: Nomad Film
Durata: 75’
Origine: Belgio/Lussemburgo/Francia, 2009
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