"Laureata...e adesso?", di Vicky Jenson
Partito come film sul destino dei giovani dopo la laurea, la storia di Ryden Malby (la versione loser della Rory di Gilmore Girls) si perde presto in triangoli amorosi, che chiamano direttamente in causa la serialità americana giovanilistica. Unico punto di forza del film la famiglia: la nonna alla ricerca della giusta bara, il padre Michael Keaton, tra cinturoni da cowboy e gatti morti, e la sarcastica madre, la Jane Lynch/Sue Sylvester di Glee
The Plan ovvero “il” piano. Tutti i giovani, dotati di un minimo di ambizione, ne hanno uno in cui hanno pianificato il loro futuro, stabilendo obiettivi e limiti. Quello di Ryden Malby (Alexis Bledel, la Rory Gilmore della tv) somiglia più a un piano d’attacco. Obiettivo: farsi assumere nella più importante casa editrice di Los Angeles. Dopo aver ottenuto ottimi voti al liceo, una borsa di studio per il college ed essere sopravvissuta alla cerimonia di consegna dei diplomi, con tanto di chiassosa famiglia al seguito e la nemica di sempre che si reinventa John Keating nel discorso di apertura, si è Laureata…e adesso? Ryden è costretta a confrontarsi con il mondo vero, quello fatto di squali, in cui voti e borse di studio poco contano e i sogni non si avverano così facilmente. World is a screwy place, le dice il padre Walt (Micheal Keaton), in uno dei suoi rari momenti di saggezza. E così Ryden si ritrova disoccupata e (oltre al danno, anche la beffa) a vivere a casa con i suoi, senza un mezzo di locomozione degno di una ventenne. Tuttavia, quella che avrebbe potuto essere un’interessante premessa presto si perde. Nessun ritratto dei Giovani, carini e disoccupati del nuovo millennio e il film, scritto da Kelly Fremon, vira drasticamente su dubbi esistenzial-amorosi di dawson creekiana memoria, introducendo il triangolo che vede Ryden contesa tra il miglior amico di sempre, Adam (Zach Gilford), e lo statuario vicino di casa brasiliano (Rodrigo Santoro). È proprio il debito alla serialità americana giovanilistica che si fa sentire fino alla fine: dalla silenziosa regia di Vicky Jenson (Shrek, Shark Tale), passando per la colonna sonora che invade lo schermo, fino alla protagonista che, in un salto metatestuale, sembra essere la versione loser della Rory di Gilmore Girls, ma senza le brillanti battute dei dialoghi. Ci si stupisce quasi che la nemica di Ryden non vesta i panni della cheerleader! Soltanto nel finale il film sembra tornare sui suoi passi, recuperando la premessa dopo un’interminabile serie di gag e situazioni imbarazzanti, a cui non viene lasciato abbastanza respiro e sembrano essere state tagliate con l’accetta. Ma ormai è troppo tardi. L’happy ending incombe sullo spettatore con tutta la sua forza retorica. Unico punto di forza del film sembra essere la famiglia: la nonna (Carol Burnett) alla ricerca della giusta bara, il padre, tra cinturoni da cowboy e gatti morti, e la sarcastica madre, interpretata da Jane Lynch, la Sue Sylvester di Glee. Se almeno coach Sylverster fosse stata in giro con il suo megafono…
Titolo originale: Post Grad
Regia: Vicky Jenson
Interpreti: Alexis Bledel, Michael Keaton, Jane Lynch, Zach Gilford, Carole Burnett, Rodrigo Santoro
Distribuzione: 20th Century Fox
Durata: 88'
Origine: Usa 2009
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