"Paycheck" di John Woo
Nel segno di una memoria mancante/vuota, Woo ricostruisce il suo cinema come uno speleologo di forme perdute, azzera ogni parametro riconoscitivo e fa muovere Affleck in un set come spettrale, graffiato da tracce di un identità dissonante sempre postposta all'azione.

John Woo è uno dei più grandi registi della memoria che il cinema abbia conosciuto negli ultimi anni. Per memoria intendiamo ricordo, ma non solo. Ci viene in mente più esattamente proprio il tempo dell'agire, dell'amare, del morire che nel cinema di Woo respira singhiozzando e annidando in qualche scampolo fuggente del set piccole particelle di sé, pronte poi ad esplodere. Il lavoro del regista è allora tutto racchiuso nella messa in scena di un tempo moltiplicato che frequenta la quotidianità delle azioni collettive e individuali, un tempo infine eternizzato da un ralenti che crea vasti depositi mnemonici sotto forma di visioni intermittenti. In Paycheck (tratto da un suggestivo testo di Philip Dick) si registra subito un'amnesia, uno sbando, una perdita. Se infatti le prime sequenze sembrano punteggiare il decor superlucido e abbagliante di un certo avvenirismo (il protagonista Affleck, creatore di progetti segreti per aziende high-tech, alle prese con una delle sue invenzioni), immediatamente dopo l'immagine stessa pare subire un processo interno di frantumazione, di disgregamento, un 'erosione progressiva che conduce il corpo di Affleck (il quale viene convinto a perdere la memoria dei suoi ultimi tre anni di vita in cambio di una cifra favolosa) in un cortocircuito di forme mnemoniche. Nel segno di una memoria mancante/vuota, Woo ricostruisce il suo cinema come uno speleologo di forme perdute, azzera ogni parametro riconoscitivo e fa muovere Affleck in un set come spettrale, graffiato da tracce di un identità dissonante sempre postposta all'azione. Nelle spaziature locali dei movimenti della macchina da presa infatti non c'è più quell'ariosità verticale delle opere precedenti, ma un'orizzontalità che appiana differenze e somiglianze, muovendo traiettorie che partono sempre da un corpo in bilico sulla spersonalizzazione. Se infatti nel sublime Face/Off lo smarcamento della definizione corporea di sé avveniva in presenza di un effettivo mascheramento (i corpi sdoppiati/replicanti di Cage eTravolta), qui Woo calca la trasparenza impossibile di un gesto filmico avviato in assenza di mondo, nel vuoto siderale di una scena abbandonata. Il cinema di Paycheck è allora tutto nell'ammissione dell'impossibilità di raccontare (Affleck si muove come lo zombi di un tempo letteralmente sottratto) e nella individuazione di tracce di sé che resistano al logorio temporale. La fisionomia epidermica del set calcato da Affleck è infatti quella di un rarefatto labirinto di porte che danno sul nulla, di aperture improvvise che poi capitolano con l'apparizione del desiderio (la bellissima sequenza dello sguardo tra Affleck e la Thurman all'interno del laboratorio) e di segmenti spaziali circoscritti in perimetri chiusi e ovattati. Si cerca di risalire all'origine di un immagine in movimento che viene dilazionata in piccole e intense dosi (la stupefacente corsa in moto contromano dei due protagonisti) che avvolgono i corpi come residui di una materia precaria ed evanescente, ridotta a farsi e disfarsi nei corridoi stretti di una memoria che disvela le falde corrose dell'identità.
Titolo originale: Paycheck
Regia: John Woo
Sceneggiatura: Dean Georgarsi, tratta dal libro omonimo di Philip K. Dick
Fotografia: Jeffrey L. Kimball, Larry Blanford
Montaggio: Kevin Stitt, Christopher Rouse
Musiche: John Powell, James McKee Smith, John Ashton Thomas
Scenografia: William Sandell
Costumi: Erica Edell Phillips
Interpreti: Ben Affleck (Micheal Jennings), Uma Thurman (Rachel Porter), Aaron Eckhart (Rethrick), Paul Giamatti (Shorty), Colm Feore (Wolfe), Joe Morton (Agente Dodge), Micheal C.Hall (Agente Klein)
Produzione: David Entertainment Company/Lion Rock. In associazione con Solomon/Hackett Productions
Distribuzione: UIP
Durata: 119'
Origine: Usa, 2003
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