CANNES 57 - Gli orizzonti assolati dal Senegal e Kiarostami sulle tracce di Ozu
Autentico film politico "Mooladé" del senegalese Ousmane Sembene, mentre Kiarostami con "Five", composto di 5 lunghi piani fissi, realizza un'autentica lezione di un cinema che recupera i suoi elementi fondativi prima di Méliès

Al termine della quarta giornata il festival di Cannes si è caratterizzato per la presenza degli "intermittents" fuori il palazzo del cinema che ha rafforzato ulteriormente i controlli prima di entrare nell'edificio. Ciò avveniva mentre sulla passerella rossa del Grand Théâtre Lumière sono sfilati, tra gli altri, Eddie Murphy e Cameron Diaz per la presentazione di Shrek 2, Angelina Jolie, Rupert Everett, Antonio Banderas e Melanie Griffith, Luc Besson e la sua compagna, la produttrice Virginie Silla. La giornata di oggi è anche quella dove, a suo modo, scende in campo anche il presidente della giuria Quentin Tarantino: viene infatti proiettato Kill Bill Volume 2.
Per quanto riguarda la giornata, sono passati per "Un certain regard" Mooladé del veterano senegalese Ousmane Sembene e Five di Abbas Kiarostami. Mooladé è ambientato in un villaggio assolatosospeso tra tradizione (la pratica secolare dell'incisione sulle donne) e la modeernità (la lotta, la necessità di liberarsi da questa pratica). Dentro un racconto en plein-air, dove la luce immutabile svolge una funzione determinante nel modo in cui Sembene filma i volti dei suoi personaggi, e segue gli spostamenti e le ombre, Mooladé è in realtà un autentico film politico, opprimente nella sua chiusura verso l'esterno, ma anche coinvolgente e corale nella ribellione presente soprattutto nel finale. Un set chiuso ad ogni presenza esterna (il non riambientamento sentimentale del ragazzo giunto da Parigi) e ad ogni forma di progresso (le radio che vengono ammassate e poi bruciate), luogo palcoscenico dove tra entrate e uscite di campo i personaggi diventano attori, vestono i costumi di scena ed entrano/escono dal loro ruolo. Dall'affermato e ottantenne autore di Xala e Campo Thiaroye, un'opera che cerca continuamente davvero altro da inquadrare, che rintraccia e cerca suoni differenti oltre ai rumori della natura e la musicalità insita nei discorsi tra i personaggi. Alla fine qualcosa davvero è cambiato. La presenza di un antenna su un tetto sta lì a testimoniarlo.
Con Five Kiarostami pone la macchina da presa alla stessa altezza media di come la piazzava il giapponese Ozu. Il film è composto di cinque lunghi piani fissi per una durata complessiva di circa 75 minuti. Nella prima inquadratura si vedono le onde del mare che raccolgono e sospingono nuovamente sulla spiaggia un pezzo di legno. Nella seconda delle persone che passeggiano sul lungomare. Nella terza si vedono delle forme indistinte su una spiaggia invernale. Nella quarta delle oche rumorose che attraversano l'inquadratura, prima in una direzione poi in quella opposta. Nell'ultima il mare di notte, un temporale e infine l'arrivo dell'alba. Kiarostami mostra come il cinema possa essere davvero movimento dentro il piano-fisso, come il corpo, il colore, il tempo, attraversa e varia anche se la macchina da presa è piazzata sempre nella stessa posizione. Una dissolvenza bianca accenna alle macchie blu delle onde e poi definisce i propri contorni prima di rischiararsi nuovamente. Lo schermo nero invece fa avvertire i rumori e poi accenna a riflessi, lascia scatenare il rumore del temporale per poi ritrasformare ancora l'immagine all'interno dell'inquasdratura con il chiarore che arriva con l'alba. Se Jarman con Blue si serviva della parola per rompere lo schermo con un solo colore che rappresenta quasi un telo da squarciare, Kiarostami con Five torna da una parte a quell'essenzialità sperimentale delle origini del cinema prima dell'arrivo dei trucchi di Méliès, ma poi richiama Ivens e Rossellini per la totale aderenza a ciò che inquadra. Una lezione di cinema spontanea e vera, proprio tutto il contrario di quella esibita e strumentale di 10 On Ten, il documentario che il regista iraniano ha presentato qualche giorno fa nella sezione "Un certain regard".
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