RECENSIONI 2009/2010
"Fish tank", di Andrea Arnold (di Annarita Guidi, del 26/07/2010)
Lo schema è senza sorprese, ma la distanza dai cliche’ di questo cinema è siderale. L'interiorità è un mondo sommerso che la regista cattura facendo passare sul volto della protagonista il blu della solitudine, il giallo di una passione invisibile e soffocante, il rosso virato al viola della corruzione. In Concorso a Cannes 62
"Il solista", di Joe Wright (di Aldo Spiniello, del 26/07/2010)
Il fascino del film è nel misterioso accordo tra il corpo e la città, tra un attore e un ambiente. Ayers/Foxx prova il violoncello e un volo di uccelli si libra sul cielo di Los Angeles. Brandelli di cinema che si fanno strada nei sensi e lavorano nell’immaginario, nonostante Joe Wright, con quella sua misura british, con quell’eccesso di educazione e di compassata eleganza, sembri ancora impegnato a illustrare le pagine di Orgoglio e pregiudizio o Espiazione
"Il maestro e la pietra magica", di Vadim Sokolovsvy (di Francesca Bea, del 24/07/2010)
"Matrimonio di famiglia", di Rick Famuyiwa (di Eleonora Sammartino, del 23/07/2010)
Hollywood ci ha raccontato innumerevoli volte di matrimoni, talmente tante che sarebbe impossibile farne un elenco. Rick Famuyiwa ci riesce e s’improvvisa mixologist. Ma a Matrimonio di famiglia manca una forza in grado di unificare le situazioni comiche e, paradossalmente, è nei momenti più “drammatici” che il film funziona, quando Famuyiwa non si limita al puro citazionismo .
"The Losers", di Sylvain White (di Sergio Sozzo, del 23/07/2010)
Il rabberciato Sylvain White fraintende del tutto la verticalità morale dello sguardo di Peter Berg, autore dello script, affidandosi all'orizzontalità tipica delle strip e chiamando più volte in causa la frammentarietà delle pagine dei comics, da cui il film è tratto, scomponendo l'inquadratura in mille pezzi. Una linearità da traiettoria di proiettile a cui Zoe Saldana reagisce ringhiando come Neytiri
"The Box", di Richard Kelly (di Margherita Palazzo, del 21/07/2010)
Appuntamento con la nostalgia del non ancora accaduto tipica del suo cinema. Forse il patto non scritto con Richard Kelly è di concedersi almeno un momento al suo mondo, accettare un universo che ci somiglia: senza questa predisposizione d'animo è (troppo) facile infastidirsi, irridere, sentirsi un po' traditi.
"Un microfono per due", di Todd Louiso (di Emanuele Di Porto, del 19/07/2010)
Ben Stiller torna ad affrontare il tema della sua eredità e questa volta si cala nel ruolo dell'idolo da sacrificare. The Marc Pease Experience è una storia di formazione, in cui il giovane Jason Schwartzman deve trovare una strada lontano dai falsi (?) maestri. La regia di Todd Louiso non sembra in grado di toccare tutte le corde necessarie, e il film resta lontano dalla profondità di esempi simili come Adventureland...
"Solomon Kane", di Michael J. Bassett (di Giacomo Calzoni, del 18/07/2010)
Da una straordinaria raccolta di racconti, un sorprendente heroic-fantasy dal notevole impatto visivo: il giovane e promettente Michael J. Bassett immerge il suo Solomon Kane nel fango e nel sangue e realizza un prodotto di genere curatissimo nelle ambientazioni e innegabilmente coinvolgente. Un ottimo esempio di intrattenimento intelligente, profondamente inglese nell’animo e privo di inutili velleità
"Predators", di Nimrod Antal (di Carlo Valeri, del 16/07/2010)
C’è poco spazio per altri mondi di cinema. L’eterno duello cacciatore e cacciato, l’umano e la bestia, ha ormai perso la carica archetipica e il fascino pagano del modello orinario. Così ai predators del duo Antal/Rodriguez resta l’onestà, e forse non è neanche poco, di non voler bluffare con lo spettatore
"Che fine ha fatto Osama Bin Laden?", di Morgan Spurlock (di Aldo Spiniello, del 11/07/2010)
Se in Super Size Me il senso si sviluppava e cresceva al pari del corpo dell’autore/cavia, qui si ha la sensazione dell’eccessiva presenza di una tesi precostituita. La tensione alla conoscenza e alla verifica cede il passo all’ovvio. Quando Spurlock si ferma all’ingresso delle zone tribali, ammettendo che non ne vale la pena, che Osama Bin Laden è solo l’effetto e non la causa di determinate dinamiche e politiche globali, sentiamo di essere arrivati a un punto non troppo lontano da quello di partenza
"Laureata...e adesso?", di Vicky Jenson (di Eleonora Sammartino, del 11/07/2010)
Partito come film sul destino dei giovani dopo la laurea, la storia di Ryden Malby (la versione loser della Rory di Gilmore Girls) si perde presto in triangoli amorosi, che chiamano direttamente in causa la serialità americana giovanilistica. Unico punto di forza del film la famiglia: la nonna alla ricerca della giusta bara, il padre Michael Keaton, tra cinturoni da cowboy e gatti morti, e la sarcastica madre, la Jane Lynch/Sue Sylvester di Glee
"Toy Story 3 - La grande fuga", di Lee Unkrich (di Emanuele Di Porto, del 07/07/2010)
Toy Story 3 conferma l'eccezionale abilità della Pixar nel costruire immagini capaci di offrire diversi livelli di lettura. La densità di molte inquadrature è stupefacente nella sua involontarietà: sembrano dilatarsi fino al punto di contenere tutta la storia del cinema. Eppure, sono solo Buzz Lightyear e Woody che cercano di evitare la soffitta, che tentano disperatamente di trasformare l'abbandono in un poetico compromesso...
"Butterfly Zone - Il senso della farfalla", di Luciano Capponi (di Francesco Giulioli, del 04/07/2010)
Operazione più sfrontata che coraggiosa, Butterfly zone esibisce la propria diversità rispetto al panorama cinematografico italiano. Ma il film, che pure ha vinto il Meliés d'argento al Fantafestival del 2009, soddisfa più le velleità del suo autore e demiurgo che la fame di quel pubblico che in questi anni ha apprezzato il fantasy di origine anglosassone.
"Fratellanza - Brotherhood", di Nicolo Donato (di Leonardo Lardieri, del 03/07/2010)
L'esordio al lungometraggio del giovane regista danese, di origini italiane, è di forte impatto: si parla di omosessualità, violenza e razzismo. Due giovani si ritroveranno inevitabilmente invischiati. Vince il Marco Aurelio d'Oro all'ultimo Festival Internazionale del Film di Roma, perché imbocca la strada giusta per convincere pubblico e critica
"Goodbye, Mr. Zeus!", di Carlo Sarti (di Simone Emiliani, del 30/06/2010)
Ha una strana e contagiosa follia iniziale e non appare mai ridicolo nel mostrare il protagonista che parla col pesce. In una Bologna estiva gag surreali con Fabio Troiano estremamente convincente nell'essere spesso stralunato. Poi ad un certo momento la pellicola va in riserva dopo aver dato il meglio di sé: qualche personaggio forzato e qualche sguardo su un aereo in cielo di troppo
"The Twilight Saga: Eclipse", di David Slade (di Fabiana Proietti, del 30/06/2010)
Il terzo capitolo della saga, affidato alla regia più materica di David Slade, mette da parte il bagaglio emotivo dei primi due episodi per far posto alla nuova consapevolezza di Bella. Ma l'impronta horror di Slade viene imbrigliata dalla mega produzione e il risultato è un film meno coraggioso dei precedenti, relegato alla rappresentazione di un triangolo amoroso che inizia ad annoiare
"Ragazzi miei", di Scott Hicks (di Leonardo Lardieri, del 29/06/2010)
Il rischio di patetismo e pietismo è scongiurato ma a discapito della drammaturgia che a lungo andare si affievolisce, tralasciando un alone di perfetto (pure troppo) equilibrio tra commedia e tragedia, tra momenti di sofisticata leggerezza e attimi più dolorosi. La spericolatezza dell'inizio è compensata con un finale rasserenante. Oltre ad alcune magnifiche scene del paesaggio australiano, da sottolineare le bellissime musiche dei Sigur Ros
"Panico al villaggio", di Stéphane Aubier e Vincent Patar (di Aldo Spiniello, del 29/06/2010)
Panico al villaggio riparte da zero, da quelle condizioni naturali che separano la realtà e l’immagine, la vita e l’idea, il moto e l’immobile. Ma assomiglia anche a un paradosso. Il massimo della libertà e della spontaneità creativa raggiunto solo attraverso un lavoro immane e un controllo assoluto del processo di creazione. L’ombre di sovrastrutture s’insinua come un dubbio. Aubier e Patar parlano ai bambini di oggi, così abituati a forme di animazione totalmente diverse? O si rivolgono solo a noi, alla nostra nostalgia per un’età mitica e lontana?
"Alice", di Oreste Crisostomi (di Chiara Apicella, del 28/06/2010)
Alice è una giovane sognatrice, innamorata di un collega che non la ricambia e disinteressata alle premure di un ragazzo più simile a lei. Col tempo imparerà a conoscere sé stessa e le persone che incontra quotidianamente. Realizzata col contributo del MIBAC, questa favola moderna non risponde alle ambizioni del giovane regista, e si risolve in un collage velleitario di citazioni e personaggi stereotipati
"A proposito di Steve" di Phil Traill (di Marco Mastino, del 28/06/2010)
Un titolo minore per Sandra Bullock - dopo la straordinaria stagione condita con la vittoria di un Oscar - , poco importante per la trama, ma molto interessante, invece, come metafora della carriera dell'attrice americana, che tutta sola, sorregge l'intero film
"City Island", di Raymond De Felitta (di Carlo Valeri, del 28/06/2010)
Tipico film scritto con consapevolezza, qualche buona intenzione e conoscenza dei “trucchi”, senza però che questa “sapienza” scolastica arrivi a concretizzarsi nell’emozione e, cosa ancor più grave per un'opera che racconta i piccoli melodrammi della gente comune, a farci credere in queste vite
"Affetti e Dispetti (La nana)" di Sebastiàn Silva (di Francesco Maggi, del 27/06/2010)
In Cile non c'è posto per Mary Poppins, c'è già La nana Raquel. Faccia da indios indomabile e un cuore troppo chiuso per essere ascoltato. Una storia piena di umanità e di viscerale delicatezza quella raccontata dal bel film di Sebastain Silva.Da Torino 27
"Poliziotti Fuori", di Kevin Smith (di Sergio Sozzo, del 25/06/2010)
Smith affina il ritmo delle smitragliate verbali e lo scintillio della confezione 'professionale', e porta a casa una nuova ora e mezza di assalti logorroici al buon senso e al politicamente corretto. Insieme alle tinte più intime da cui fare scaturire attimi di un cineasta più sensibile, anche paradossalmente timido, ostinatamente personale e nemmeno stavolta troppo incline al compromesso
"L'imbroglio nel lenzuolo", di Alfonso Arau (di Sergio Grega, del 22/06/2010)
Non bastano le intenzioni e un buon cast a salvare il film del messicano Arau. Nonostante le velleità meta cinematografiche e un tentativo di ricostruzione storica del primo Novecento, il film è prigioniero di una struttura disorganica. E nemmeno la fotografia di Storaro riesce a distogliere lo spettatore dalla sensazione di trovarsi di fronte a un prodotto troppo vecchio
"5 appuntamenti per farla innamorare" di Nia Vardalos (di Marco Mastino, del 22/06/2010)
Ritorna la coppia di protagonisti de Il mio grosso grasso matrimonio greco, ma la mancanza di un ricco contesto secondario e di situazioni comiche esilaranti fa sì che, nonostante la bravura dei due attori, chi guarda attenda solo lo scontato e lieto finale.
"Lei è troppo per me", di Jim Field Smith (di Aldo Spiniello, del 22/06/2010)
Smith tiene le fila con un ritmo travolgente, soprattutto nella prima parte. Riesce a catturare la bellezza nascosta di una città apparentemente anonima come Pittsburgh e recupera le traiettorie di un immaginario da commedia adolescenziale anni ’80. Mostra la capacità di giocare ironicamente con i cliché, soprattutto grazie alla caratterizzazione dei comprimari. Una sottile e progressiva sovversione degli stereotipi, che raggiunge il suo culmine nel finale, quando tocca alla donna fare l’uomo e mettersi in gioco con la dichiarazione decisiva
"About Elly", di Asghar Farhadi (di Leonardo Lardieri, del 20/06/2010)
Asghar Farhadi ci pare un interessante regista che avrebbe poco da condividere con l’essenza (se ce ne fosse una) della cinematografia iraniana. Gira come fosse una commedia tra ex compagni di scuola, dosando con maestria l’equilibrio tra i vari personaggi e ad un certo punto sembra che il film possa virare in altre direzioni: quella del thriller, quantomeno. Ma alla fine resta fedele al dramma dei sentimenti che incarna i limiti di una societa’ in continua evoluizione. In concorso alla 59esima Berlinale
"A-Team", di Joe Carnahan (di Francesco Maggi, del 18/06/2010)
Questo A-Team 'reloaded' non è una costola del padre, non è una brutta copia di quello originale, è altro. Ha padrini eccellenti e si vede. Le prime inquadrature del film diretto da Joe Carnahan sono dedicate a tagliare i ponti con il pesante passato. Non è una forbice violenta e risoluta quella usata dal regista, ma una netta presa di posizione verso una generazione che è cresciuta con i quattro eroi. Non siamo in zona remake, questo è un Film: un piano ben riuscito...
"Una notte blu cobalto", di Daniele Gangemi (di Roberto Urbani, del 18/06/2010)
Ciò che manca a Gangemi è il tempo, il tempo per raccontare la magia di questa notte blu cobalto. La magia non ha sempre bisogno di effetti speciali per essere espressa. A volte sono sufficienti una passeggiata, le luci della città e alcune note musicali, qualche istante ritagliato con cura, sottratto a una narrazione fino a questo momento giustamente e necessariamente forsennata
"L'acchiappadenti", di Michael Lembeck (di Emanuele Di Porto, del 15/06/2010)
The Rock deve farsi ancora perdonare: dopo aver tentato di trasformare Race to Witch Mountain in un action per teen-ager, la commedia per bambini deve ancora fargli mandare giù la pillola. E chi può farlo meglio di Mary Poppins? Julie Andrews lo costringe in un tutù, a barattare il segreto di poter volare con una resa senza condizioni alle regole del genere. Forse, per il divo è stato veramente troppo.
"La fontana dell'amore", di Mark Steven Johnson (di Sergio Sozzo, del 14/06/2010)
Kristen Bell sembra divertirsi decisamente di più nel balletto in abito matrimoniale dei titoli di coda che per tutto il corso del film. Va piuttosto meglio a Josh Duhamel, il Capitano Lennox amico degli Autobot, nella tipica operazione di decostruzione del proprio machismo, nei panni di un imbranatissimo ex giocatore di football americano che non fa che beccare pali in faccia per strada e botte e capitomboli dappertutto
"Il padre dei miei figli", di Mia Hansen Løve (di Simone Emiliani, del 12/06/2010)
C'è il fantasma di Humbert Balsam, l'illuminato produttore francese che si è suicidato nel 2005 in questo secondo lungometraggio della più che promettente ventinovenne cineasta francese. Forse manca l'impeto di Claire Denis o la frantumazione vita/set di Assayas ma possiede anche un'intensità notevole nella rappresentazione dell'universo familiare
"Bright Star", di Jane Campion (di Grazia Paganelli, del 11/06/2010)
Costruito come un poema, con un andamento splendidamente discontinuo tra frenesia e stasi, la regista neozelandese sa porgere alla nostra attenzione una storia tanto intensa e forte. Non un romanzo ottocentesco che si perde nei circoli viziosi e ingombranti della narrazione, ma un racconto fiammeggiante, di desiderio e di silenzio. In concorso a Cannes 63
"The Hole in 3D", di Joe Dante (di Carlo Valeri, del 10/06/2010)
E' nella sua elementarità classica che risiede il fascino contagioso di un regista che non ha paura di amare con umiltà i personaggi e l’oscurità che si portano dentro. The Hole non sarà allora il miglior film di Dante, ma è cinema di resistenza non troppo dissimile da quello di George Romero. Fuori Concorso a Venezia 66
"18 anni dopo", di Edoardo Leo (di Sara Orazi, del 08/06/2010)
L’esordiente Edoardo Leo procede con una discreta dimestichezza nell’evidente intento di realizzare una sorta di commedia all’italiana dai toni agrodolci, seminando lungo il percorso dei due protagonisti imprevisti tragicomici e singolari incontri, ma si accontenta di muoversi sul terreno sicuro del bozzetto comico e dello scontro catartico, e raggiunge solo a tratti il giusto equilibrio tra realismo, malinconia e umorismo nero
"Il segreto dei suoi occhi", di Juan José Campanella (di Sergio Grega, del 08/06/2010)
Mescolando thriller, noir e mélo, Campanella ci conduce in un lungo viaggio nella memoria e nei ricordi. Attraverso lo sguardo poi delinea una storia che parte dalla vicenda intima di un gruppo di personaggi per allargarsi alla globalità della situazione politica argentina. E, pur mantenendosi all’interno del genere, riesce a far riflettere e a colpire lo spettatore. Vincitore dell’Oscar 2010 al miglior film straniero
"Saw VI", di Kevin Greutert (di Giacomo Calzoni, del 08/06/2010)
Il passaggio da saga cinematografica a serie tv ormai è completato: Saw VI abbandona qualsiasi forma di autonomia filmica per trasformarsi in episodio, ma gli elementi caratteristici rimangono gli stessi di sempre. Non c'è una poetica della violenza, non ci sono idee: rimane solo un'innocua carneficina caratterizzata da quella messa in scena sincopata che è cifra stilistica di tutta la saga
"Universal Soldier: Regeneration", di John Hyams (di Sergio Sozzo, del 06/06/2010)
L'elemento più interessante di questi prodotti girati in serie spesso in Bulgaria dalle star decadute dell'action marziale è come gli scenari grigi, desolati e post-industriali dell'ex-URSS diventino il paesaggio interiore perfetto per gli occhi sempre più stanchi e disperati di questi superuomini definitivamente denuclearizzati: e la Chernobyl fantasma e arrugginita ripresa da Peter Hyams, padre di John e qui operatore, dice molto di più e il contrario esatto del sottotitolo dell'episodio, Regeneration
"Tata Matilda e il grande botto", di Susanna White (di Francesca Bea, del 05/06/2010)
"Gentlemen Broncos", di Jared Hess (di Fabrizio Attisani, del 05/06/2010)
Gentlemen Broncos prende vita a partire dalle copertine di romanzi sci-fi disegnate da David Lee Anderson nei titoli di testa e dalle illustrazioni progressive di Roger Dean, con un côté classic rock costituito dalla colonna sonora di Black Sabbath, Kansas e Scorpions: peccato solo che il minimalismo controllato della recitazione e la fissità indie della messinscena non permettano ai personaggi e alla macchina da presa di forare la superficie della pellicola per farvi entrare un po’ di vita
"Humpday - Un mercoledi da sballo", di Lynn Shelton (di Lorenzo Leone, del 04/06/2010)
Andrew e Ben sono due ex compagni di college che non si vedono da molti anni ormai: una notte Andrew, il vagabondo dei due, suona a casa di Ben, il quale invece ha messo su famiglia, e i due ricominceranno a divertirsi proprio dove avevano terminato. A Cannes 62, nella Quinzaine des Realizateurs
"Il tempo che ci rimane", di Elia Suleiman (di Giuseppe Gariazzo, del 04/06/2010)
L’inizio è folgorante. Per concentrazione narrativa e di messa in scena. E nel succedersi degli eventi, e nella ripetizione dei gesti di alcuni personaggi, il film incontra la resistenza palestinese oggi e un tempo sempre più im-mobile, come il corpo silenzioso del regista che, in campo, porta ancora una volta su di sé l’espressione dello straniamento e di inattesi, geniali punti di sosta e di fuga. In concorso a Cannes 2009
"La papessa", di Sönke Wortmann (di Francesca Bea, del 04/06/2010)
Se, come vuole la leggenda, la Chiesa ha cancellato Giovanna dalla Storia, Sönke Wortmann non le ha di certo reso un servizio migliore. Dalle violenze subite dalla protagonista durante l’infanzia, fino alla conquista del soglio di Pietro, La papessa è un estenuante kolossal che mostra tutta la povertà di uno sguardo che, tenendosi ad un’incolmabile distanza i suoi personaggi, svuota l’immagine di ogni passione
"14 km", di Gerardo Olivares (di Sara Orazi, del 02/06/2010)
L’Africa di Olivares è un continente in perpetuo movimento, dove tutti vanno in cerca di qualcosa, tutti hanno una loro meta da raggiungere, come già avveniva nelle storie parallele che percorrevano Il grande match. Di nuovo carovane di varia umanità lanciate in improbabili on the road, sfiorate dalla macchina da presa nel caldo asfissiante del deserto e nella durezza delle notti, sulle barche lungo il Niger o sui camion caricati come cammelli
"Sono viva" di Dino e Filippo Gentili (di Marco Mastino, del 01/06/2010)
Sono viva è uno straordinario esordio nel mondo del cinema italiano privo di arroganza e supponenza che gioca coi generi per poi far esplodere nella seconda parte tutta la potenza di una storia lieve e delicata eppure così fortemente reale da sembrare fantastica.
"La regina dei castelli di carta", di Daniel Alfredson (di Aldo Spiniello, del 31/05/2010)
Le premesse poste dalla fantasia di Larsson si traducono in un cinema di promesse mancate. La fedeltà al testo è solo un rifugio nel pretesto, l'accettazione passiva del ruolo di mero esecutore. Non c'è una sola inquadratura, un solo stacco che lasci intravedere una cifra personale, un coinvolgimento emotivo seppur minimo, un cenno di interpretazione, un tentativo di decifrare segni e produrre senso. Due ore e mezza di immobilità assoluta
"Una canzone per te", di Herber Simone Paragnani (di Sergio Sozzo, del 31/05/2010)
Paragnani scontenta tutti ma mette insieme tutti d'accordo, viene dalla televisione ma un primo piano sui volti dei suoi giovani divi non lo pone mai per scontato. Gioca con i luoghi e i tempi di Roma, ha qualche problema con le sequenze musicali, ma sa sfruttarsi al meglio il personaggio di Agnese Claisse, attrice talentuosa che sembra credere al suo ruolo molto più di quanto il suo ruolo sia credibile
"Le quattro volte" di Michelangelo Frammartino (di Marco Grosoli, del 30/05/2010)
Le ambizioni si moltiplicano rispetto all’esordio Il dono, e vengono brillantemente superate. Il succedersi cosmico dell’Umano, dell’Animale, del Vegetale e del Minerale; un equilibrio retto dall’uomo e dallo squilibrio fertile che porta con sé. Frammartino costruisce uno sguardo di potentissima consistenza, e raggiunge l’agognato punto di convergenza tra la purezza dell’osservazione e i rigori della geometria. A Cannes 63 nella Quinzaine des Realizateurs
"U2: 3D", di Catherine Owens e Mark Pellington (di Carlo Valeri, del 30/05/2010)
Manifestazione lussuosa di un progetto ostinatamente aperto al futuro , già quasi completamente scritto nel profilmico (?!) di un allestimento dove la programmatica performance sta già tutta, ancor prima che nell'esecuzione, nell'astrattezza tecnologica dell'Idea
"Caotica Ana", di Julio Medem (di Francesca Bea, del 30/05/2010)
"The Last Station", di Michael Hoffman (di Tonino De Pace, del 29/05/2010)
Il film di Michael Hoffman The last station, si sviluppa all’interno di due storie d’amore; l’una forte, antica e profonda e l’altra agli inizi, piena di incertezze e paure. Mutevoli i registri narrativi e convincente la schiera degli attori che riescono a restituire le caratteristiche dei loro personaggi. In concorso a Roma 2009
"Il compleanno", di Marco Filiberti (del 29/05/2010)
Filiberti è finalmente l'esempio di un regista italiano che non ha paura di niente, neanche di rasentare il ridicolo quando si vuole smarrire. Ed è forse per questo che il suo film riesce a buttarti addosso tutto il suo piacere, il suo erotismo e il suo dolore, incarnato. E riesce a fare questo con una spontaneità immediata ma anche con momenti di grande cinema. A Roma al Filmstudio
"The Road", di John Hillcoat (di Aldo Spiniello, del 28/05/2010)
Mentre il mondo sfuma a poco a poco nel nulla, resta la luce tenue del ricordo, della speranza folle, dell’amore. Il fuoco che ci tiene. E’ tutto qui, non c’è null’altro da dire. Non si può parlare neanche più di metafora. Fedele allo spirito del romanzo di McCarthy, Hillcoat si spoglia di tutto, per tornare all’uomo, al cuore e all’essenza. In concorso a Venezia 66
"Sex and the City 2", di Michael Patrick King (di Fabiana Proietti, del 28/05/2010)
Le ragazze non sono tornate. Sex and the City 2 sancisce definitivamente la trasformazione delle quattro single che hanno rivoluzionato la serialità televisiva al femminile in altrettante desperate housewives metropolitane. Allora meglio augurarsi che alle avventure in Medio Oriente non si aggiungano altre “fughe dalla città”: nemmeno la consolidata mitologia glamour di Sex and the City potrebbe resistere a un altro colpo letale.
"The Final Destination 3D", di David R. Ellis (di Giacomo Calzoni, del 26/05/2010)
Più che un sequel, l’ennesimo remake di una saga dal fiato corto: l’utilizzo del 3D è qui puramente decorativo e inutili ai fini artistici della pellicola, togliendo così di fatto qualsiasi potenzialità dialettica a questo mezzo espressivo. The Final Destination 3D è un innocuo horror per minorenni, il cui unico pregio consiste nel non prendersi mai troppo sul serio.
"La bella società", di Gian Paolo Cugno (di Tonino De Pace, del 24/05/2010)
La bella società è un film multidirezionale che non riesce a trovare un proprio baricentro di stabilità, che ondeggia tra l’affresco storico e la storia privata dei due protagonisti, tra il melodramma e il cinema di costume alla Pietro Germi, ma non c’è sintesi tra queste sue anime ed emerge con fatica dalla sovraesposizione narrativa alla quale si è volontariamente esposto.
"La nostra vita", di Daniele Luchetti (di Simone Emiliani, del 20/05/2010)
Come Questione di cuore della Archibugi, anche La nostra vita è un'anima fragile. Un film vissuto, vecchio, logoro, ma che risorge in modo prorompente dalle sue macerie. Brutto, sporco forse troppo poco cattivo, ma che ha un cuore grande così, vivo nel rapporto tra lutto e denaro e soprattutto in cui il sangue, le lacrime e la terra sono veri.
"Copia Conforme", di Abbas Kiarostami (di Leonardo Lardieri, del 20/05/2010)
Così fan tutte di Mozart, Viaggio in Italia di Rossellini, la commedia del riavvolgimento, come in alcune memorabili di Resnais, il baritono William Shimel, insieme, nei paesaggi dell’aretino, che non si estendono allo sguardo al pari delle distese iraniane, ma si concentrano nell’abitacolo di una macchina, pellicola che scorre all’inverso sui volti dei protagonisti. Sinfonica melodia in due tempi, quella della verità che si fa cinema o del cinema che invade la verità. F for Fake: lo straordinario nell’ordinario e semmai anche il contrario
"Prince of Persia: Le sabbie del tempo", di Mike Newell (di Fabrizio Attisani, del 20/05/2010)
Che c’entra Mike Newell, autore inglese di Quattro matrimoni e un funerale, con Jerry Bruckheimer, americanissimo produttore di CSI? Affidare blockbuster multimilionari a registi impersonali sembra essere diventata una moda: eppure, Newell si disinteressa dell’azione e mira in alto, aspirando alla magniloquenza di David Lean e riflettendo sul libero arbitrio. Alla fine, però, se il film diverte è proprio per merito di Bruckheimer
"Manolete", di Menno Meyjes (di Sergio Grega, del 19/05/2010)
Sulla scia di Sangue e arena, la love story tra il torero Manolete e Lupe Sino. Un biopic che accantona il contesto storico franchista per soffermarsi sul conflitto tra Eros e Thanatos. E che si regge sulle interpretazioni di Adrien Brody e Penelope Cruz, tanto intensi da mascherare le lacune del film e un’inutile costruzione narrativa fatta di continui salti temporali
"Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio", di Isotta Toso (di Francesco Giulioli, del 18/05/2010)
Fiaba buonista ma senza i toni della fiaba, questo Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio conferma che quando un film, invece di mostrare, decide di sposare una causa, non rende un buon servizio nè al cinema nè alla causa stessa.
"Piacere, sono un po' incinta", di Alan Poul (di Emanuele Di Porto, del 18/05/2010)
The Back-Up Plan è il piano alternativo che arriva fuori tempo massimo. La Lopez cerca di farsi di nuovo strada ad Hollywood, dopo tre anni dall'ultimo Bordertown. Qui ha tentato nel ruolo di madre prossima ai quarant'anni, ma il film di Alan Poul non ha i mezzi necessari a valorizzarla. Anzi, sia il regista che la sceneggiatrice puntano sulla sua presenza per sfondare sul grande schermo. Provaci ancora, Jenny!
"Non è ancora domani (La pivellina)", di Tizza Crovi e Rainer Frimmel (di Grazia Paganelli, del 15/05/2010)
Girato in Super 16 millimetri, la pellicola è studiata con precisione dai due registi che, solo dopo un’approfondita conoscenza, hanno potuto mescolare veritá e finzione. La scommessa era quella di inserire in un microcosmo molto ben organizzato un intruso e raccogliere con la macchina da presa le conseguenze e i meccanismi che si possono scatenare. Il risultato é un film con una decisa personalitá
"Adam", di Max Mayer (di Sara Orazi, del 15/05/2010)
I dolori del giovane Adam, affetto dalla sindrome di Asperger. Ovvero la versione più insipida e stanca del freak da Sundance Film Festival, tratteggiata con mano pesante da uno script e da una regia che bloccano ogni emozione su un palcoscenico dove tutto sembra già artificiosamente stabilito
"Robin Hood", di Ridley Scott (di Federico Chiacchiari, del 14/05/2010)
Eccolo il baronetto Ridley Scott realizzare la sua poderosa “Nascita di una nazione” britannica, mescolando allegramente, con cipiglio postmoderno e smaliziato da giovane settantaduenne, fatti storici acclarati con deliziose reinvenzioni in stile musical, raccontandoci la più calda e sensuale delle storie d’amore evitando del tutto le scene di sesso e fondando il rapporto amoroso non sul classico “colpo di fulmine” ma su un geniale rapporto economico!
Il principio dell'horror: "Shadow" (di Davide Di Giorgio, del 14/05/2010)
Un film che funziona, ha una sua concretezza e non nasce dal nulla, conosce perfettamente i meccanismi in grado di suscitare la risposta emotiva dello spettatore, amplifica il piacere della visione in sala dove il pubblico reagisce ai momenti giusti. Basta a renderlo l’ultimo tassello di un percorso o è l’inizio di qualcos’altro?
"Aiuto vampiro", di Paul Weitz (di Simone Emiliani, del 10/05/2010)
Ispirato ai primi tre libri della "Saga di Darren Shan", il film conferma il talento visionario coraggiosamente folle del cineasta che ribalta il teenager-movie e il family-movie in un film sul circo e sui vampiri in cui, malgrado qualche effettaccio esibito nel finale, si avvertono quelle attraenti ombre di condanna alla diversità di Burton con le ombre di morte di Lemony Snicket assieme ai fumetti sinistri di Dick Tracy
"Notte folle a Manhattan", di Shawn Levy (di Sergio Sozzo, del 10/05/2010)
Il clima è quello di una divertita nottata di baldorie tra amici, al timone delle irrefrenabili parlantine dei due comici di 30 Rock e 40 anni vergine, 'visitati' da una sfilza di cameo stellari, da Mark Wahlberg a James Franco via Mark Ruffalo. Shawn Levy si conferma dunque un regista collezionista di facce, ma forse i suoi film avrebbero bisogno anche di una ulteriore direzione d'arrivo che non coincida puntualmente con la smorfia del volto comico di turno
"Puzzole alla riscossa", di Roger Kumble (di Francesca Bea, del 10/05/2010)
"Dear John", di Lasse Hallstrom (di Giorgia Aniballi, del 10/05/2010)
Nonostante la presenza di alcuni spunti potenzialmente interessanti, la storia non riesce mai ad assumere i toni della vera passione: ne viene fuori niente più di un anonimo polpettone sentimentale, incapace di commuovere realmente
"Fratelli d'Italia" di Claudio Giovannesi (di Valentina Gentile, del 08/05/2010)
In concorso nella sezione L’altro cinema Extra dell'ultimo Festival di Roma, un documentario sui “nuovi” italiani. Tra rabbia e voglia di integrazione, uno sguardo asciutto, talvolta tenero ma mai troppo indulgente, su un territorio troppo spesso ignorato dal cinema italiano. Claudio Giovannesi ci ha provato, ha scelto una scuola in cui il tasso di studenti di origine straniera è alto, e ha filmato più di cento ore delle loro vite
"Le ultime 56 ore", di Claudio Fragasso (di Carlo Valeri, del 08/05/2010)
Fagasso stavolta più che inseguire un (impossibile?) cinema di genere, prova a piegare la sua indole spettacolare per raccontare le fragilità e il dolore di uomini soli e la complessità di una questione morale (e politica) per anni vergognosamente negata. Qui - forse per la prima volta, e nonostante i soliti limiti di grossolanità e "pesantezza" - riesce quantomeno a trovare un respiro
"Christine Cristina", di Stefania Sandrelli (di Tonino De Pace, del 07/05/2010)
Dopo molti anni di onorevolissima e luminosa carriera di attrice, Stefania Sandrelli ha deciso di passare dietro la macchina da presa. Christine Cristina è dramma al femminile che racconta la vita di Cristina da Pizzano, poetessa del 300. Purtroppo sono tanti i difetti di ques’esordio per un film drammatico senza dramma e privo di empatia visiva. Fuori Concorso al Festival di Roma 2009
"Draquila", di Sabina Guzzanti (di Roberto Rosa, del 07/05/2010)
Sabina Guzzanti è riuscita a resistere alla tentazione di strafare non trasferendo la sua guerra (privata) contro Berlusconi al centro del film ma lasciandola ai margini. Il cuore del film resta ancorato a quello che è successo a L’Aquila: dal mancato allarme, alla gestione dell’emergenza, fino alle scelte sulla ricostruzione, raccontate con una obiettività ed un senso della misura che pochi si sarebbero aspettati da lei
"Due vite per caso", di Alessandro Aronadio (di Davide Di Giorgio, del 07/05/2010)
Non due possibilità, ma due prospettive sulla medesima realtà, in un racconto a bivi che inizia come un gioco sui percorsi probabili della vita e diventa paradigma di un presente che gioca a contrapporre gli uguali, nel modo più tragico possibile. Presentato alla 60esima Berlinale, sezione Panorama
"Popieluszko", di Rafel Wieczynski (di Sergio Grega, del 06/05/2010)
Dopo Katyn, con il quale condivide le medesime traversie distributive, un’altra pagina “invisibile” della storia polacca. Popieluszko è un biopic appassionato sul sacerdote che divenne una vera e propria spina nel fianco del regime comunista. Alternando la ricostruzione degli eventi a filmati e materiali di repertorio, Wieczynski non si sofferma soltanto sulla vicenda individuale ma parla delle sofferenze del suo popolo. Pubblichiamo la recensione del film in occasione del tour in Italia del regista Rafel Wieczynski
"Sotto il Celio Azzurro", di Edoardo Winspeare (di Elio Ugenti, del 04/05/2010)
Il più poliglotta dei registi Italiani si affaccia sulla piccola realtà dell'associazione culturale romana Celio Azzurro per raccontare i tentativi di integrazione interculturale operati da un gruppo di educatori su bambini che imparano fin da piccolissimi a non fare della provenienza geografica e dell'estrazione sociale un motivo di discriminazione
"Iron Man 2", di Jon Favreau (di Aldo Spiniello, del 03/05/2010)
Il film sembra rispondere a una vocazione. Ha le potenzialità per lasciar definitivamente increduli e senza fiato. Ma, ancora una volta, Jon Favreau si dimostra incapace di governare la materia incandescente che gli è stata donata. Eppure Il (nuovo) cuore pulsante di Iron Man batte ancora, nonostante tutto E’ la suggestione infinita del ‘genio Marvel’, che non smette di raccontarci il senso di questa vita imperfetta e della speranza che le ridà fiato
"The Last Song", di Julie Anne Robinson (di Simone Emiliani, del 03/05/2010)
La scrittura di Nicholas Sparks già crea un immaginario cinematografico forte. E questo film non si sottrae alle esibite esagerazioni dove ogni situazione è amplificata e ogni sentimento quasi esibito. Ma la sua riuscita consiste nell'essere un melodramma vecchia maniera, quasi obsoleto con squarci tra Pretty Woman e L'ultimo sogno. Greg Kinnear è superbo e Miley Cyrus è sorprendente
"La fisica dell'acqua", di Felice Farina (di Sara Orazi, del 02/05/2010)
"Oceani 3D", di Jean-Jacques e François Mantello (di Valentina Gentile, del 01/05/2010)
Furbo nel cavalcare l’ onda dei documentari ambientalisti e ancora di più nello sfruttare la nascente ossessione del 3D, il film dei fratelli Mantello è un’operazione fastidiosa e priva d’ anima, che stanca dopo le prime inquadrature. Il commento italiano è affidato ad Aldo, Giovanni e Giacomo. Prodotto da Jean-Michel Cousteau con il sostegno del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente
"Vendicami", di Johnnie To (di Aldo Spiniello, del 30/04/2010)
Basta un solo vuoto di memoria a creare una frattura nel flusso della vita. Un fotogramma mancante ferisce la pellicola e graffia lo sguardo. E’ la fragilità della memoria a salvare gli uomini, sosteneva Brecht. Ma un killer samurai non può dimenticare, non deve. Perché sa che il passato è lo scrigno del destino. In Concorso a Cannes 62
"Cosa voglio di più", di S.Soldini (di Annarita Guidi, del 29/04/2010)
Dove va il film di Soldini? Difficile dire perche' si resta coinvolti in queste due ore abbondanti di registrazione della realta'. Quello che passa sullo schermo e' fin troppo vicino a quello che la vita ci racconta ogni giorno, ma il talento del regista scava in una indecidibilita' che assume quasi i contorni di uno spartiacque generazionale. Dalla 60esima Berlinale
"La città verrà distrutta all'alba", di Breck Eisner (di Giacomo Calzoni, del 26/04/2010)
Il remake del classico di Romero è ancora il ritratto di un'America smarrita e in preda all'autodistruzione: nonostante il messaggio passi inevitabilmente in secondo piano rispetto alle esigenze dello spettacolo, La città verrà distrutta all'alba si rivela un dignitoso rifacimento che guarda alle cose da lontano, perchè tutto è gia passato, assodato, metabolizzato. Un'apocalisse silenziosa adattata al punto di vista dei suoi protagonisti.
"Misure straordinarie", di Tom Vaughan (di Leonardo Lardieri, del 24/04/2010)
Vaughan, pur senza coinvolgere, nonostante il materiale a disposizione, comunque fa rivivere quel sentimento di speranza insito nel cinema statunitense che combatte il sistema, almeno sul grande schermo. A tratti sembra di essere ostaggi di una freddezza didascalica e connotativa, male assortita con il melodramma famigliare, svilito a lungo andare fino a confondersi con lo spirito dolente e introspettivo di Harrison Ford
"Matrimoni e altri disastri", di Nina Di Majo (di Sergio Grega, del 24/04/2010)
Pur ispirandosi alla commedia sofisticata americana degli anni Cinquanta e Sessanta, la Di Majo rimane prigioniera degli stereotipi italiani. Nonostante i riferimenti alti e le buone intenzioni, il film non colpisce nel segno e il politicamente scorretto viene spazzato via da una mancanza di cattiveria che rende tutti i personaggi gradevoli. E non bastano le ottime interpretazioni degli attori
"Agora", Alejandro Amenábar (di Simone Emiliani, del 22/04/2010)
Parte come un film di fantascienza ma poi diventa un kolossal storico di scontata linearità e di spropositata durata dove la mano del regista spagnolo si vede solo a debole intermittenza. Il cinema di Amenábar si è ormai spostato in un’altra direzione. Questo non è un limite ma un dato di fatto. Ma il modo in cui il cineasta affronta il genere che è di un grigiore assoluto
Violenza e coscienza - "Cella 211", di Daniel Monzón (di Annarita Guidi, del 19/04/2010)
La violenza come strada per scuotere la coscienza. Non la violenza fisica, neanche quella psicologica: una violenza che potremmo chiamare mentale, che si incarna nei due protagonisti e mostra che, ancora, chi mette in comunicazione due mondi destinati a non toccarsi paga sempre il prezzo più alto
"Scontro tra Titani", di Louis Leterrier (di Giacomo Calzoni, del 19/04/2010)
La rivoluzione del 3D non passa da qui, e il cinema visionario di Louis Leterrier subisce una brusca battuta d’arresto: in Scontro tra Titani non c’è mai meraviglia, non c’è passione, non c’è visione. Lo spazio non interagisce con il corpo, l’occhio non entra nel film e così tutto si riduce a un teatrino kitsch senza mordente, tanto imbarazzante quanto privo di qualsiasi forma di epica e pathos.
"Perdona e Dimentica", di Todd Solondz (di Francesca Bea, del 18/04/2010)
Undici anni dopo, Todd Solondz torna sui suoi passi, alle esistenze delle tre sorelle di Happiness, Trish, Helen e Joy. E ancora una volta ci prende alla sprovvista con le sue piccole, brutali, “scorrette” storie sull’umano disordine e mentre ci lusinga e ci conquista lasciandoci credere di ridere degli altri, di tutti questi personaggi sempre più soli, che continuano ad attraversare il mondo con il loro equilibrio precario, tragico e “buffo” allo stesso tempo, ci svela lentamente e spietatamente che è di noi stessi che in realtà stiamo ridendo. In Concorso a Venezia 66
"Oltre le Regole", di Oren Moverman (del 18/04/2010)
Il regista, qui al debutto dietro la macchina da presa dopo un passato come sceneggiatore, realizza un gran bel film non solo sui reduci ma anche sul dolore e sa sempre essere trattenuto nei momenti chiave, sapendo staccare un attimo prima di semplificare ciò che mostra. In un bel cast (Woody Harrelson, Samantha Morton, Jena Malone, Steve Buscemi), ottima la prova di Ben Foster. In Concorso alla 59esima Berlinale
"From Paris with Love", di Pierre Morel (di Fabrizio Attisani, del 17/04/2010)
Prima o poi bisognerà fare i conti con una politica degli stunt coordinator e rendere onore al lavoro di Olivier Schneider: francese, esperto di arti marziali, ha all’attivo più di quaranta film, di cui non è un semplice réalisateur ma un verio e proprio (co)auteur. Pierre Morel, da parte sua, non se ne sta con le mani in mano e sfodera l’armeria pesante, scatenando un finimondo il cui primo motore e fine ultimo è l’azione pura, grazie anche a uno straordinario John Travolta
"Fantastic Mr. Fox", di Wes Anderson (di Aldo Spiniello, del 16/04/2010)
Pur nell’inganno dell’animazione, Anderson non riesce a staccarsi dalla famiglia. Riconosciamo tutti e riconosciamo noi stessi. Come eravamo e, forse, come saremo. Qualcuno protesterà. Ma al di là di una presunta furbizia, in Anderson c’è un calore, una gioia di raccontare che ha pochi eguali. I suoi film sono case. Il cinema è una casa. Si può anche scappare, ma non si potrà fare a meno di ritornare
"I Gatti Persiani", di B. Ghobadi (di Giuseppe Gariazzo, del 16/04/2010)
Film di finzione su forte base documentaria “Kasi az Gorbehaye Irani Khabar Nadareh” (Non si sa niente dei gatti persiani), girato tutto nei luoghi reali vissuti dai giovani musicisti, è il ritratto spietato di una società bloccata che non si sottomette, che adotta infinite strategie di resistenza, proprio come i mille volti del suo cinema, di cui Ghobadi è cineasta tra i migliori degli ultimi dieci anni
"Green Zone", di Greengrass (di Sergio Sozzo, del 13/04/2010)
Il cinema di Greengrass continua a dirci di una realtà profondamente illeggibile, indecifrabile. L'ultimo atto di Green Zone è la realizzazione più alta ed estrema dell'estetica del cineasta: il labirinto inintelligibile, monolitico, interminabile di traiettorie è l'assalto definitivo ad ogni idea di racconto e percezione cosciente, la notte assoluta del Senso
"Il cacciatore di ex", di Andy Tennant (di Emanuele Di Porto, del 13/04/2010)
Un altro film di Andy Tennant, e un'altra coppia alla ricerca dell'amore perduto. Questa volta sono Gerard Butler e Jennifer Aniston, e non perdete tempo a illudervi per qualche novità: lui farà di nuovo il burbero dal cuore d'oro e lei sarà la solita giornalista emancipata ed esigente. Non si potrà mai dire al regista di essere uno che si parla addosso: anche ne Il cacciatore di ex non c'è niente di personale o di spontaneo
"Piazza Giochi", di Marco Costa (di Marco Mastino, del 12/04/2010)
Doppia lettura per il film di Marco Costa: ad una ragionata analisi sul contemporaneo corrispondono coraggiose scelte di regia che tentano di esprimere la confusione della società giovanile, ma che se da una parte sono forse il giusto modo per esprimere la velocità nei rapporti odierni, dall'altra, proprio per la loro eccessività, rischiano di allontanare lo spettatore dalle vere intenzioni del regista.
"Una proposta per dire si", di Anand Tucker (di Leonardo Lardieri, del 11/04/2010)
Girato comunque da un autore che ci sa fare sicuramente con materiale di forte presa sentimentale o magari vicino al gusto “televisivo”, considerando anche il suo passato di tutto rispetto con il piccolo schermo. Non c'è però la stessa capacità di LaGravenese, per esempio, di trasformare l'amore in una sorta di ricatto, in cui amare qualcuno e amare il cinema è un po' come illudersi di scavare delle buche per intrappolare gli altri, per poi caderci dentro prima degli altri
"Departures", di Takita Yojiro (di Giorgia Aniballi, del 11/04/2010)
Primissimo ospite del FEFF nel lontano 2000, Takita Yojiro é tornato nel 2009 ad Udine con l'anteprima italiana dell'Oscar Departures, finalmente distribuito in sala. Un racconto che ha il tocco cristallino di certa letteratura nipponica, la cui singolarità di sguardo mantiene un delicato equilibrio tra il susseguirsi di momenti comici e drammaticità di fondo
"Simon Konianski", di Micha Wald (di Sergio Grega, del 10/04/2010)
C’è tanto cinema indipendente americano nel secondo lungometraggio del belga Micha Wald: personaggi strampalati e bizzarri alla Wes Anderson che si muovono all’interno di situazioni tipicamente coeniane. Il tutto in un on the road che è anche raffigurazione di tre differenti generazioni e del loro modo di porsi nei confronti della tradizione ebraica. Con una vena politicamente scorretta. Presentato nella sezione “L’altro cinema – Extra” del Festival Internazionale del Film di Roma, edizione 2009.
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