BERGAMO FILM MEETING 26 - "Una piccola storia", di Stefano Chiantini (Concorso)
I rocciatori devono sostenere le pareti in procinto di crollare, prendere a calci un televisore che non raccoglie il segnale per ricordarsi di essere nel mondo, restare ultimi senza potersi avventurare alla ricerca della felicità, che è uno sproposito, come dire che una doccia cancella quel sudore e lo trasforma in oro. Soprattutto devono affrontare la cosa inspiegabile che è un paese abbandonato nella notte, e uno spettro a forma di amore perduto, che è ancora possibile toccare, ma non raggiungere.
Conoscete la sensazione di camminare per quella cosa ordinata e confusa che è l’ammasso di pietra di un piccolo paese, nella notte? Abitato o abbandonato per forza, come la cittadella di Avezzano sgomberata dagli indigeni per il rischio della frana, sembra sempre una terra di fantasmi. E ciò che di giorno si definisce ameno, o almeno caratteristico, con lo sguardo svagato del turista che sta già per andare via, di notte, se si deve restare, diventa un sussurro febbrile di voci scomparse e presenti da ascoltare con l'orecchio dello stalker. Non è per abbandonarsi all’estasi bucolica che i tre rocciatori si avventurano, dopo una giornata di sudore - che si incolla a resta sullo schermo e non sembra in nessun caso costruito ad arte con uno spruzzatore - in una passeggiata breve per quella terra di nessuno, ma per ascoltare con stupore i loro passi di viventi su un terreno che sembra sempre prossimo al bombardamento, se non lo ha già subito. La terra aspra distrutta prima dal terremoto, poi dalla guerra, anche solo semplicemente rosicchiata da secoli ordinari, minaccia di crollare puntellandosi su creste e rocce miracolose, quei paesini che visti dalla valle, si tengono quasi per scherzo in piedi sull'orlo di un abisso… Anche nella prima metà della piccola storia (umile, di umile bellezza, che non ostenta mai l’ umiltà del titolo come un ricatto verso chi guarda) quando scopriamo cosa fanno i rocciatori, che devono trapanare, rafforzare, sostenere, scavare e scalare nella norma, abbronzati e assolati e sotto il temporale, quando ancora non sono chiamati all'emergenza di un paesino abruzzese messo in pericolo (da meschinità politiche, piccole manovre distruttrici, ordini arroganti impartiti da un Alto di cui non ci interessa sapere neanche il nome, molto più che dallo spauracchio della Frana, dell’ira della natura contro l’uomo civilizzato) - per loro, uscire all'aperto dalla base in cui dovrebbero riposarsi, è una manovra quasi doverosa per sentirsi umani, ed è un'umanità di cui a volte si farebbe volentieri a meno. Non è un rito, ma una necessità oscillare tra la certezza che in tanta fatica bisogna anche essere capaci di scherzare per la sopravvivenza e la presa di coscienza dell’impossibilità pressocchè totale di venirne fuori: è un tentativo, comprare un televisore per fingere di essere a casa, così come romperlo nella rabbia e nell’insensatezza di sapersi imprigionati nella legge dei lavori sporchi che qualcuno deve pur fare; sedersi un momento fuori prima di andare a letto, nella tenda da campo, brace di sigaretta per compagnia, la spaventosa, temporanea quiete della natura a fare da contrasto all'ingarbugliarsi dei pensieri. Che sono diversi, per i rocciatori messi insieme da un lavoro comune - errori, rimpianti, mogli, figli, amici, amanti,o brama di trovarne - o il nessuno e il niente che ci si lascia dietro e davanti, come una possibilità sempre aperta - ma anche uguali. Allora è una storia umile, di ultimi, ma non di ultimi alla ricerca della felicità, che è uno sproposito, come dire che una doccia cancella quel sudore e lo trasforma in oro. Uno di loro, interpretato da Ivan Franěk solo con gli occhi (bassi) e il corpo (grande, bello, ma sconfitto), quasi muto, ammutolito da una battaglia che possiamo solo supporre e che non ci viene spiegata – non occorre – scandisce il lavoro manuale più faticoso, la manovalanza più rassegnata con incursioni notturne nel paesino che deve essere riportato alla sicurezza per i suoi residenti, come un sonnambulo disperato guidato da gesti scoordinati che sembrano determinazione.
Si reca all’appuntamento con uno spettro che è l’amore smarrito: però questo è uno spettro di carne, che si può toccare, e che non vuole farsi toccare perché è stato abbandonato – non perché sia della materia dei sogni – uno spettro dolce, che non recrimina e non accusa, manifesta solo la sua solitudine eterna. Forse è una donna da cui è fuggito senza motivo; forse è stata lasciata nella guerra mentre lui si smarriva in paesi più ospitali in meri termini di bombe e pulizia etnica; in ogni caso è destinata a restare legata a un territorio distrutto, come distrutto è l’amore, in cui rientrare è soltanto un’ossessione che gioca con la follia. Così che lei non è più solo lo spettro di uno, ma di tutti. Tanto più che il paesino abbandonato, la terra misteriosa si scopre a un tiro dall’autostrada, luci di macchine che lasciano un nodo in gola, il presentimento di essere sempre a un soffio dalla vita senza esserci. Ne vogliamo ancora, di film che non vogliono commuoverci, però ci commuovono di sorpresa, come gli innamoramenti che non si possono raccontare. In uno di quei momenti di dialogo così felici (così rari nel cinema italiano - abituato a spremere la lingua, italiana, fino a farla irrimediabilmente ampollosa, o supponente imitazione di un linguaggio di strada evidentemente sconosciuto) il più giovane dei tre, sognando ingenuamente il messico e l’equazione dell’esotico uguale a libertà, chiede al veterano come abbia potuto conservare dei rapporti tenendosi sempre così emarginato dalla vita, anche fisicamente in luoghi isolati, al margine della vita che qualcun altro – che amiamo - vive altrove. Gli viene data la risposta che da lontano, a volte, tutto si sfoca, e perde forma; eppure rimane; ma come un rumore attutito e costante e doloroso; che alla fine, quasi si dimentica. All’ osservazione fresca di chi combatte ancora con l’utopia dei suoi anni, alla sua fame di tenersi a contatto con un mondo che immagina sconfinato e rutilante, e con i sentimenti che si aspetta di provarvi dentro: "ma io non voglio dimenticare niente!" segue quella che è forse la prima confidenza dello straniero l'introverso, l’asociale (come vengono chiamati tutti coloro che sono troppo presi a ascoltare le urla del passato, in loro tanto vicino, per essere davvero partecipi di un presente lontano): “dici così, perchè non hai nulla da dimenticare.”
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