FESTIVAL DI ROMA 2009 - "H.O.T. Human Organ Traffic", di Roberto Orazi (L'Altro Cinema Extra)


Un documentario solido, ben costruito e capace di lavorare sul piano delle immagini tanto quanto su quello del racconto verbale dei protagonisti intervistati. In primo piano il traffico internazionale di organi (H.O.T. Human Organ Traffic), sullo sfondo la desolante condizione di vita che spinge tanti esseri umani verso soluzioni estreme

Human traffic organ di Roberto OraziUn’inchiesta che non può certo lasciare indifferenti quella portata avanti dal giornalista Alessandro Gilioli e dal regista Roberto Orazi in questo documentario H.O.T. Human Organ Traffic, un viaggio intercontinentale tra la povertà e la disperazione che legano tra loro i destini di persone distanti nello spazio ma vicine nell’intento di raggiungere uno ed un solo scopo: la sopravvivenza. Sopravvivere a tutti i costi, sopravvivere comunque, sopravvivere arrivando persino a donare una parte di sé. Sopravvivere.

Si resta sconcertati all’ascolto delle storie raccontate in questo film e ci si sente obbligati ad un continuo mutamento di prospettiva rispetto alle ragioni e ai torti di ciascun intervistato. Primo Levi, esplicitamente citato in un breve passaggio di questo documentario, parlava dell’esistenza di una “zona grigia” nella quale il confine tra la vittima e il carnefice, tra il bianco e il nero appunto, appare sorprendentemente sfumato. Il film di Orazi si può dire pienamente inscritto all’interno di questa zona, nella quale i donatori di organi, i riceventi e persino i mediatori che li mettono in contatto sono tutti su una stessa zattera in balia di un mare di disperazione, sottomessi ad un sistema malato che trae profitto dalla loro desolante condizione.

L’alto grado di complessità del problema affrontato costringe il regista a ricercare una struttura narrativa altrettanto complessa e che sia in grado di rendere evidenti le varie sfaccettature della vicenda. Il documentario si muove così su due binari paralleli, uno sonoro e l’altro visivo. Le immagini non appaiono mai come mero supporto al racconto dei protagonisti, ma al contrario hanno la forza di integrarlo e rivelarne gli aspetti più profondi: la macchina da presa si insinua tra le favelas brasiliane o nei villaggi nepalesi trasformando questi luoghi e la fatiscenza che li caratterizza nello specchio dell’anima dei personaggi intervistati, sul quale prende forma il male sociale che li affligge e si riflettono i loro sguardi vuoti e privi di speranza. Il racconto verbale si integra con il racconto visivo in un ottimo lavoro di montaggio fondato sulla fluidità e sul senso del ritmo. La struttura del film appare talmente solida da riuscire a incorporare, senza mostrare segni di cedimento, persino alcuni momenti di chiara mise en scene che, risultando pienamente funzionali ai fini del racconto, riescono perfettamente ad integrarsi nel tessuto narrativo. “In barba ai neorealisti più realisti del re” disse una volta qualcuno.

I sessanta minuti di durata di quest’opera rendono necessaria una notevole essenzialità che va ad aggiungersi ai suoi tanti – e menzionati – meriti. Quando i titoli di coda iniziano a scorrere, ciascuno di noi, svuotato di ogni forma di inutile perbenismo, è implicitamente chiamato a porsi una sola domanda: il fine è davvero sempre in grado di giustificare i mezzi?

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