FESTIVAL DI ROMA 2009 - "Bunny and the Bull", di Paul King (L'Altro Cinema Extra - Fuori Concorso)
E’ in un affascinante scenario di cartone e di miniature, di giornali che diventano un paesaggio ghiacciato e di ingranaggi trasformati in un luna park, che l’inglese Paul King racconta il viaggio di una mente in caduta libera che si risveglia dall’atrofia autoimposta delle emozioni e ripercorre, andando a pescare tra i ricordi annidati in ogni angolo del suo appartamento, la storia di un’amicizia
E’ tutto racchiuso in un appartamento il mondo del protagonista dallo sguardo sempre indeciso di Bunny and the Bull, nelle ordinatissime montagne di contenitori, di giornali, di schedari accumulati fino a raggiungere il soffitto e nei pasti in scatola che occupano gli scaffali della cucina. Il passato è sigillato nella maniacale archiviazione del ricordo, di cui rimane solo un’etichetta apposta sul cartone o su un cassetto, e il presente procede per inerzia, già scritto sui post-it colorati che ogni giorno, sempre uguali, sempre affissi nella medesima posizione, occupano tutta una parete, scandendo l’automatismo grottesco delle “cose da fare”: lavarsi, mangiare, andare a dormire... Ma, improvvisamente, come ci annuncia quella voce fuori campo che strizza l’occhio a Jean-Pierre Jeunet e al suo Il fantastico mondo di Amélie, qualcosa si incrina nel meccanismo in apparenza perfetto ed inscalfibile dove, cercando riparo nella sospensione larvale dalla vita, si è nascosto Stephen. Un nome che rimanda allo Stéphane de L’arte del sogno e alle implosioni delle emozioni che, con le loro derive oniriche e con le loro geografie allucinate, contaminano la vita “reale”. I fantasmi della memoria, consegnati insieme al menù vegetariano del Captain Crab Restaurant, l’intrusione imprevista di un elemento estraneo, non calcolato, fanno capolino tra le pareti della casa/bozzolo dove Stephen si è autoproclamato prigioniero. Bunny, l’amico che ha perduto la sua scommessa con la vita per improvvisarsi torero, e la rocambolesca storia di un viaggio prendono forma tra le pieghe di una cartina dell’Europa, tra i meccanismi di un orologio a cucù, dietro ad una porta che si dischiude sul sonno sedato, come sogni tracciati su un mondo di carta che fuoriescono dai cassetti di Stephen. E’ in un affascinante scenario di miniature, di giornali che diventano un paesaggio ghiacciato notturno e di ingranaggi trasformati in un luna park, che l’inglese Paul King, al suo primo lungometraggio dopo essersi cimentato con il piccolo schermo, racconta il viaggio di una mente in caduta libera che si risveglia dall’atrofia autoimposta delle emozioni e ripercorre, andando a pescare tra i ricordi annidati in ogni angolo del suo appartamento, la storia di un’amicizia fatta di delusioni, di parole non dette, di amori rubati, di complicità e di ammirazione. Ma Bunny and the Bull si perde tra le tappe di un road-movie tanto trasognato quanto immobile, dove gli eccessi della distorsione grottesca finiscono per tratteggiare un paesaggio piatto, freddo, popolato da presenze abbozzate e senza spessore, che, schiacciate dallo strabordante talento visionario di King, rimangono sullo sfondo, insieme alle loro gesta emotive. E alla fine, quando il chiarore abbagliante finalmente irrompe nell’appartamento da quella porta di nuovo riaperta, siamo ancora alla ricerca dei nostri compagni di viaggio - di Stephen, di Bunny e della ragazza, Eloisa, raccolta lungo la strada - che ci sono passati accanto senza quasi lasciare traccia, come fossero anch’essi fantasmi di cartone, dalla consistenza sottile come i fogli di carta che lastricano le strade del loro cammino.
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