FESTIVAL DI ROMA 2009 - "Skellig", di Annabel Jankel (Alice nella città)
Nonostante la presenza ingombrante di Roth, il cui indiscutibile mestiere sembra qui troppo artefatto per riuscire a non sfigurare rispetto alla adorabile naturalezza dei giovani protagonisti, il film di Annabel Jankel riesce a disseminare qua e là momenti, solo apparentemente secondari, di commozione sincera e sorprendente e raggiunge nella sequenze finale del volo un'intensità che potrebbe garantirgli il ruolo di piccolo cult per ragazzi
Tratto dal romanzo di David Almond, diventato un piccolo fenomeno letterario in Inghilterra, Skellig, presentato al Festival internazionale del film di Roma 2009 nella sezione “Alice nella città”, è un fantasy anomalo, capace di integrare atmosfere cupe alla tenerezza di una storia di maturazione dai netti contorni morali. Il film parte bene soprattutto nella prima parte, quella maggiormente descrittiva in cui la macchina da presa della Jankel sembra trovarsi particolarmente a suo agio nella rappresentazione realistica dello spazio domestico e scolastico in cui il piccolo Michael vive tra paure e silenziose riflessioni l’imminente nascita della sorella. Trasferitosi con i genitori in un vecchio casale infestato da insetti e ragnatele, più o meno evidente metafora dell’animo del protagonista, spezzato tra l’angoscia per un’identità ancora tutta da costruire e il mistero per un mondo magico e fanciullesco che, forse, sta per essere abbandonato, Michael si imbatte nell’enigmatico vicino di casa Skellig (Tim Roth), un uomo malato che vive nell’oscurità all’interno di un capanno fatiscente. E’ qui forse che la pellicola rischia di arenarsi, replicando in modo un pò troppo prevededibile le scene di dialogo tra i due e posticipando forse eccessivamente la definitiva rivelazione fantastica circa la vera natura di Skellig, che a sua volta denuncia alcune analogie con la realistica strategia del dolore applicata da François Ozon nel bellissmo Ricky. Anche qui infatti la vera natura di Skellig, un angelo la cui finta gobba nasconde immense ali, è resa gradualmente con una discreta attenzione al dolore del corpo. Così nonostante la presenza ingombrante di Roth, il cui indiscutibile mestiere sembra qui troppo artefatto per riuscire a non sfigurare rispetto alla adorabile naturalezza dei giovani protagonisti, il film di Annabel Jankel riesce a disseminare qua e là momenti, solo apparentemente secondari, di commozione sincera e sorprendente – la morte della paziente anziana, il rapporto d’amicizia tra Michael e il compagno di classe di colore, raccontato con acuta finezza di dettagli e sfumature psicologiche, l’abbraccio liberatorio tra padre e figlio nel sottofinale e l'amicia tra Michael e Mina – e raggiunge nella sequenza finale del volo catartico tra le braccia di Skellig un'intensità che potrebbe garantirgli il ruolo di piccolo cult per ragazzi.
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