FESTIVAL DI ROMA 2009 - "Viola di Mare" di Donatella Maiorca
In concorso al Festival Internazionale del Film di Roma, Viola di mare è il secondo lungometraggio di Donatella Maiorca, dopo Viol@ del 1998. Non abbastanza coraggioso, soprattutto a livello estetico, il film risulta poco convincente e a tratti noioso proprio per la mancanza di scelte nette. Ottima prova attoriale per tutti gli interpreti, non solo per le due protagoniste Valeria Solarino e Isabella Ragonese.
Sicilia, seconda Metà dell’Ottocento. La piccola isola senza nome, che nel romanzo “Minchia di Re” a cui il film si ispira, è Favignana, è lo sfondo di una storia d’ amore testarda e ribelle, dai risvolti quasi fiabeschi. Sara e Angela sono amiche da piccole, sono costrette a separarsi quando Sara lascia l’ isola insieme alla madre per seguire la Baronessa di cui diventa dama di compagnia. Le due ragazze si rincontrano giovani donne quando Sara torna sull’isola, e comincia il loro rapporto d’amore. Pur di stare con l’amata, Angela diventerà “Angelo”, grazie ad uno stratagemma della madre e al senso di colpa di un prete. Fa uno strano effetto in questi giorni di leggi affossate e richiami dell’ Onu l’ idea di due giovani donne che, seppur con uno stratagemma identitario, si sposano nella Sicilia dell’ Ottocento. E forse soprattutto per questo Viola di Mare è destinato a far discutere e ad essere discusso. Secondo lungometraggio della messinese Donatella Maiorca, che dopo Viol@ del 1998, si è dedicata quasi esclusivamente alla televisione, Viola di Mare ( curioso che torni la parola “viola”, ma qui si riferisce al nome di un pesce ermafrodita), è un film che vorrebbe essere coraggioso ma che non convince fino in fondo. E’ evidente sin dalle scene iniziali, a metà strada tra La Terra Trema e Cime Tempestose, che il gotico siciliano in cui è intriso il loro Romanticismo paesaggistico non ha abbastanza forza. E lo spreco di buone intuizioni estetiche è il primo “peccato” del film. La storia, tratta da un romanzo di Giacomo Pilati, è raccontata con un taglio che cerca di essere moderno senza venir meno alla narratività. L’ uso d’ impatto del rock ultra melodico di Gianna Nannini ricorda molto quello della musica dei Rammstein in Lilya 4-ever, ed è interessante e lodevolmente rischioso, l’ accostamento di questo tipo di musica alle immagini di due ragazze dell’ Ottocento. Ma nel tentativo, tra l’altro più che giusto, di evitare le impalcature tornatoriane della ricostruzione storica tipica dei polpettoni da esportazione, Maiorca sembra perdersi un po’ troppi elementi. Le due protagoniste sono raccontate troppo attraverso i loro incontri amorosi e i loro dialoghi, che presto diventano stucchevoli. Risultano alla fine due caratteri, e anche due tipi fisici, contrapposti e amalgamati in modo un po’ frettoloso e superficiale. Lo schema madre-vittima, padre-padrone e figlia-ribelle che si fa uomo è vecchio, e solo in parte viene ovviato con il “riscatto” del padre che alla fine accetta “Angelo” come figlio maschio. I “maschi” veri dell’isola poi, sono figure di contorno, pressoché inesistenti. Il tentativo di stupro ai danni della donna-uomo è una scena già vista in molti film che hanno trattato l’ argomento, da Boys Don’t Cry in poi. La retorica dell’arretratezza insulare ottocentesca e della misoginia è in agguato proprio laddove il film tenta di fuggire dal richiamo documentaristico. L’ estetica della natura selvaggia che si rispecchia nei personaggi è banalizzata da scelte fatte a metà. Come se la paura di cadere in un’antropologia didascalica non avesse lasciato abbastanza coraggio alla possibilità di un simbolismo che a tratti affiora, come nella scena dei corpi bagnati di Agnese e Salvatore portati a braccio, ma che spreca la possibilità di accedere ad un immaginario fiabesco. Va in questa direzione solo la penultima scena, che è forse la più bella del film. Angelo ridiventa Angela per indossare l’abito nero del lutto e si avvia silenziosa e scalza in mezzo a un paesaggio di pietre e pomodori lasciati essiccare al sole. Bravissimi tutti gli interpreti.
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