FESTIVAL DI ROMA 2009 - "Chaque jour est une fête", di Dima El-Horr
La regista libanese Dima El-Horr presenta in concorso al Festival di Roma un'opera tutta al femminile che ripropone il tema del viaggio in uno stile troppo elaborato che, a lungo andare, finisce per essere controproducente nonostante le tante buone idee che si trovano alla base di questo film.
Non è un giorno qualunque a Beirut. È il giorno in cui si festeggia l’indipendenza del Libano. Un autobus di sole donne si dirige verso il carcere maschile di Mermel, distante dal centro della città e difficile da raggiungere tra strade sterrate e deserte. L’autista viene colpito in testa da una pallottola. Muore. Con l’autobus fuori uso, le donne dovranno incamminarsi a piedi verso il carcere. Tre di loro, in particolare, condividono l’esperienza di questo viaggio: Tamara (Raia Haidar), Lina (Manal Khader) e Hala (Hiam Abbass), mogli di detenuti le prime due e di una guardia carceraria l’ultima.Il viaggio, tema caro a tanta letteratura e tanto cinema, non può che assumere qui i contorni di una profonda esperienza spirituale e intima, perdendo quasi tutti i legami con la realtà. Il paesaggio circostante si configura come il luogo dell’assenza, come un vuoto che lentamente ingloba le tre protagoniste e le trascina, quasi per una misteriosa forza d’inerzia, verso la loro meta che, col passare del tempo, perde i suoi connotati fisici di puro e semplice carcere maschile per divenire un “non luogo”, quasi un miraggio, forse la loro unica possibilità di salvezza. Le ansie e le ossessioni di ciascuna emergono con forza sempre maggiore e, col tempo, gli incubi e le allucinazioni iniziano a mescolarsi alla realtà, in un racconto che non cela la sua ambizione di voler inscrivere un’atmosfera dalle venature surrealiste all’interno di una rappresentazione di stampo “realistico”. Il simbolismo di morte presente nell’opera è evidentemente eccessivo e, a tratti, anche gratuito e vagamente citazionistico. La pecora in putrefazione divorata dalle mosche, il pollo spiattellato sul vetro della macchina in un lago di sangue, il cane (forse un’illusione?) a cui spara Hala, il corteo funebre sono tutti elementi che risultano eccessivamente evidenti e che, per una sorta di “teoria matematica” dell’accumulo, finiscono col perdere la loro forza.
Che alla base del film via sia un’idea molto interessante, suggestiva e profonda è fuor di dubbio. Risulta efficace – ad esempio - la scelta di proporre un’immagine del deserto come luogo di passaggio, di spostamento collettivo. Gruppi di uomini e di donne transitano lungo le strade senza mai fermarsi; sembrano tanti fantasmi, corpi senza consistenza che, sospinti dalla paura di restare nei loro villaggi poco sicuri, vagano senza meta, senza riferimenti certi in questo immenso spazio che sembra assolutamente privo di un centro.
Se il cinema mediorientale, pur con le sue differenze nazionali e – ovviamente – individuali tra i vari autori, ci ha da tempo abituato ad una estrema semplificazione dello stile e ad una essenzialità visiva capaci davvero di penetrare l’immagine oltre la sua superficialità e renderla in grado di raccontare qualcosa d’altro, qualcosa radicato più in profondità, in questo film si intravede invece l’ombra dell’eccesso, l’incapacità da parte della regista di mascherare il suo racconto interiore, rendendo tutto troppo costruito e troppo pianificato all’interno di un’operazione che predilige l’aggiunta alla sottrazione. La domanda sorge spontanea: era davvero necessario?
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