FESTIVAL DI ROMA 2009 - "After", di Alberto Rodriguez (Concorso)

Misconosciuto in Italia ma amatissimo in patria, Rodriguez concorre nella Sezione Ufficiale con una pelicula verace, che ritrae con estrema vividezza la rassegnazione di un gruppo di amici alle soglie dei 40 anni, ognuno ingabbiato in una realtà dalla quale non può più scappare. E lo fa con immagini forti, pulsanti, che tracciano senza reticenze il ritratto verace dei suoi protagonisti, correndo via veloci nonostante l'amaro che si lasciano dietro

After Il film di Rodriguez è una storia di corpi che si cercano, si toccano, si aggrappano nel vano tentativo di sfuggire ad una solitudine lacerante. Un grido vivido e disperato, col quale il regista compie un salto dallo smarrimento generazionale (ormai inflazionato) dei trentenni di oggi, verso la rassegnazione di un gruppo di amici alle soglie dei 40 anni, ognuno ingabbiato in una realtà dalla quale non può più scappare. Manuel, Ana e Julio si trovano così spettatori dolenti ed inermi di una vita che non sembra appartenergli, la cui unica via d'uscita si risolve in una notte d'estate colma di eccessi e disperazione. Vittime di volta in volta di rapporti conflittuali, dell'incapacità di abbandonarvisi o della loro assenza totale, si riuniscono dopo molto tempo, cercando di eludere la realtà con una fuga che si fa ritorno vuoto verso l'incoscienza e la frenesia dell'adolescenza. After è soprattutto un film di attori, disarmanti nella loro bravura, i cui corpi trasudano una disperazione senza fine, proprio perché rassegnata alla sua completa ineluttabilità. A poco serve l'abbandonarsi senza remore ad un turbinio di droga e sesso in un mondo in cui persino l'amicizia è intrisa di rassegnazione, ed è forse questa la nota più dolente del film: la completa impossibilità di stabilire un contatto persino tra individui legati da un amore sincero, destinati come sono a rimanere schiavi di una desolante incomunicabilità. Rodriguez anima questo nichilismo di immagini forti, pulsanti, che tracciano senza reticenze il ritratto verace dei suoi protagonisti, colti spesso nei momenti di maggior vulnerabilità, e che nel farlo seguono il ritmo del loro sentire. Lasciata alle spalle la razionalità, il loro perdersi diviene anche il nostro, catturati dalla vividezza delle immagini che abbiamo davanti, da uno spaccato di vita talmente verosimile da poter appartenere a chiunque.

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