FESTIVAL DI ROMA 2009 - "Hachiko, a Dog's Story", di Lasse Hallstrom (Alice nelle Città)
Nella messinscena di Hallstrom, la fierissima attesa infinita del cane Hachi che aspetta ogni giorno per tutto il giorno il ritorno impossibile alla stazione del suo padrone Richard Gere, fermo immobile al centro della piazza, diventa il perno centrale delle traiettorie delle storie dei personaggi della comunità che gli si stringe intorno con tutta l'umanità di un piccolo villaggio di provincia, quell'America di quotidiane minute storie e vicende che questo cinema ha sempre saputo raccontare con calore, come nello struggente capolavoro di Robert Benton La vita a modo mio
Forse l'idea più bella dell'intero cinema di Lasse Hallstrom è la sgranata e desaturata soggettiva del piccolo cane Hachi, espediente per seguire attraverso gli occhi del quadrupede il suo misterioso viaggio sino alla cittadina in cui incontrerà il padrone che il destino gli ha riservato, il professor Parker di Richard Gere, nuovamente impegnato nel remake di una pellicola giapponese dopo Shall we dance (qui ci si ispira invece a Hachiko monogatari, 1987, di Seijiro Koyama, basato sulla storia vera del cane akita Hachiko, vissuto negli anni 20 in Giappone). Che anche un cane abbia finalmente la possibilità di vedere la propria soggettiva proiettata sullo schermo è un inconfondibile segnale della dignità ormai acquisita di personaggi a tutto tondo, con una propria psicologia, sentimenti e passioni, che questi animali hanno preso a dimostrare nelle produzioni hollywoodiane recenti (si pensi al bel Io & Marley di David Frankel, ad esempio).
Nella messinscena di Hallstrom, la fierissima attesa infinita di Hachi che fissa ogni giorno per tutto il giorno le porte chiuse della stazione dei treni, fermo immobile al centro della piazza, diventa il perno centrale delle traiettorie delle storie dei personaggi della comunità che gli si stringe intorno con tutta l'umanità di un piccolo villaggio di provincia, quell'America di quotidiane minute storie e vicende che questo cinema ha sempre saputo raccontare con calore, come nello struggente capolavoro di Robert Benton La vita a modo mio. E se non è proprio il Paul Newman di quel film il modello che Richard Gere pare aver preso a seguire in queste sue ultime convincenti prove attoriali, ci siamo comunque vicini, se torniamo alla mente anche ad un altro personaggio giunto alla soglia con la terza età come il dolente poliziotto interpretato nel Brooklyn's Finest di Fuqua.
E come Gere entra in scena solo perché scovato, guardato, inquadrato da Hachi, così riapparirà nel potente finale notturno come visione messa a fuoco unicamente dagli occhi stanchi del cane, che ne sogna per un'ultima volta il commovente ritorno.
Il professor Parker é sopravvissuto alla propria morte perché il suo ricordo è rimasto incarnato e incastrato nella figura di Hachi, testimone silente ma sempre presente della storia del proprio padrone e della sua famiglia, e nella veglia perenne dello stesso akita: è per questo che l'abbraccio con cui il personaggio della moglie del professore, reso da Joan Allen con la solita pulviscolare maestria, cinge il cane quando i due si reincontrano di fronte alla stazione a dieci anni dal lutto, è un momento di cinema irresistibile che si eleva a toccare le corde di una commozione limpida e straziante senza nemmeno l'ombra di alcuna vergogna o imbarazzo.
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