FESTIVAL DI ROMA 2009 - "Le concert", di Radu Mihaileanu (Fuori concorso)
Come in Train de vie la messinscena farsesca diviene, narrativamente e simbolicamente, strumento di riscatto dalle ingiustizie della Storia. Mihaileanu celebra l’energia vitale del popolo russo e sa colpire emotivamente lo spettatore: il suo è un cinema generoso dove il fascino barocco dell’insieme finisce per prevalere sulla scarsa raffinatezza del dettaglio
Sono l’ironia e l’umorismo le armi più efficaci per raccontare tragedie individuali e storiche secondo RaduMihaileanu: se Train de vie preferiva alla denuncia della crudeltà nazista l’omaggio all’irriducibile vitalità di un popolo capace di farsi beffe dei propri torturatori, la vicenda del direttore d’orchestra di Le concert cui viene impedito di lavorare per essersi opposto agli ordini di Brežnev non è il racconto del calvario degli ultimi ma del loro riscatto. Un riscatto ottenuto ancora una volta aggrappandosi a un inganno, a un travestimento da commedia dell’arte, che non si nutre di odio né tanto meno di vendetta ma del gusto beffardo e leggiadro di una risata. Come se le vittime dicessero ai nemici di un tempo: non avete vinto perché dopo tutti questi anni siamo ancora capaci di ridere, siamo ancora innamorati della vita.Di anni di privazioni Andrei Filipov (l’ottimo Aleksei Guskov), Maestro del Bolshoi, e i componenti della sua orchestra ne hanno vissuti trenta, da quando per il rifiuto del direttore di allontanare alcuni musicisti ebrei furono tutti bollati come “nemici del popolo” e spinti a forza in quello stagno esistenziale in cui si spegne qualunque artista cui venga impedito di vivere come tale. Finito a lavorare come uomo delle pulizie nel proprio teatro, Filipov intercetta per caso un invito da parte del Théatre du Chatelet di Parigi e decide di presentarsi insieme ai suoi ex compagni al posto dell’orchestra ufficiale per cimentarsi nel Concerto per violino e orchestra di Čajkovskij: l’ultimo che poté dirigere, bruscamente interrotto dalle autorità prima che direttore, violinista e orchestra raggiungessero quell’apice di armonia cui avevano tanto e faticosamente lavorato. Trovata una nuova solista nella giovane Anne-Marie (Mélanie Laurent, di recente in Bastardi senza gloria), Filipov osa a distanza di trent’anni un altro tentativo. L’esibizione finale è dunque insieme risarcimento per le umiliazioni di una vita e ricerca della sintesi suprema di individualità umane e musicali, sintesi verso cui progressivamente tendono tutto il ritmo e la carica emotiva del film.
Mihaileanu pare avvertire con particolare sensibilità le diverse anime (slava, ebraica, gitana) dell’identità russa – non a caso rispecchiate nell’orchestra – e vuole celebrarne l’energia vitale, la forza che ha permesso e permette a questo popolo di sopravvivere a una serie interminabile e sconcertante di disgrazie. Lo fa ironizzando, in maniera senz’altro più affettuosa che graffiante, sul cliché della “barbarie” slava, su questo magma di zingari disordinati, faccendieri ebrei, musicisti geniali al quale contrappone un campionario di potenti arroganti e ottusi, in cui centra le caratterizzazioni migliori: i mafiosi che paiono gorilla ritardati, i politici nostalgici che affittano comparse per organizzare manifestazioni d’orgoglio comunista, i nuovi oligarchi che li hanno sostituiti, non certo esemplari di aplomb democratico (“Devo far tagliare le forniture di gas all’Europa?” è la minaccia rivolta al direttore dello Chatelet per ottenere l’esclusiva per la tv russa). La vitalità della messinscena è indubbia come l’abilità di Mihaileanu nel passare anche con svolte brusche dalla commedia al dramma, da exploit grotteschi a introspezioni melodrammatiche. Poco incline a mezzi toni e sfumature, Mihaileanu non si preoccupa della grossolanità di qualche trovata (l’irruzione del musicista rom con famiglia al seguito alle prove del concerto) né di lasciarsi andare a inutili ridondanze visive (i flashback nel montaggio alternato del finale). Piuttosto punta con decisione a colpire emotivamente lo spettatore, anche ricorrendo furbescamente, è vero, alla battuta fulminante come al pianto liberatorio e, naturalmente, alla straordinaria musica “popolare” di Čajkovskij; ma è a tal punto evidente la sincera generosità del suo cinema che sulla scarsa raffinatezza del dettaglio prevale senz’altro il fascino barocco dell’insieme.
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