FESTIVAL DI ROMA 2009 - "Lang Zai Ji" (The Warrior and the Wolf), di Tian Zhuagzhuang (Fuori Concorso - Anteprima)


Il regista continua a cimentarsi con gli affreschi storici, mescolando i fatti con le leggende ed è la stessa operazione che compie con quest'ultima opera, tratta dal romanzo di Yasushi Inoue. Ha però uno strano modo di raccontare per immagini, anche affascinante a tratti, perché nonostante un certo impianto lineare e didascalico, il film sembra inseguire reiteranti capovolgimenti ellittici, pronti a rimarcare quell'atmosfera ascetica insita nella trama

Duemila anni fa, l'Imperatore Han invia il suo esercito all'estremo confine occidentale della Cina, oltre il Deserto del Gobi, per sottomettere le tribù ribelli. La zona, pericolosa e inospitale, al giungere dell'inverno, è popolata solo di lupi. Dopo battaglie cruente e spargimenti di sangue, il Comandante Lu e i suoi uomini iniziano la ritirata, trovando rifugio dalle bufere in un villaggio della tribù maledetta degli Harran, che vivono sottoterra e di cui la leggenda racconta si tramutino in lupi. Un 'amore bestiale' legherà Lu ad una misteriosa, inquietante vedova. Ex direttore della fotografia, Tian Zhangzhuang è considerato uno dei massimi esponenti della cosiddetta “quinta generazione” dei cineasti cinesi. A Roma ha già partecipato nel 2006 nel Concorso principale con The Go Master, la storia vera di un famosissimo maestro del go, antichissimo gioco da tavolo simile al gioco degli scacchi. Lo si ricorda anche nel 2002 a Venezia per Springtime in a Small Town, remake di un classico cinese del dopoguerra. Il regista ama cimentarsi con gli affreschi storici, mescolando i fatti con le leggende ed è la stessa operazione che compie con quest'ultima opera, tratta dal romanzo di Yasushi Inoue, scrittore degli anni trenta, divenuto famoso soprattutto per aver scritto Il testamento di Honkakubo, trasposto al cinema da Kei Kumai con il titolo Morte di un maestro del tè (protagonista Toshiro Mifune) e vincitore nel 1989 del Leone d'Argento a Venezia. È strano però come il regista si sia ispirato ad uno scrittore che ha sempre prediletto un certo tipo di scrittura asciutta, poetica ed intensa. Probabilmente ciò che più interessa a Tian Zhuangzhuang di quelle pagine è l'illusorietà dell'apparenza, dietro la quale ogni individuo nasconde il segreto della sua vera natura e dei suoi sentimenti più profondi. Ha però uno strano modo di raccontare per immagini, anche affascinante, perché nonostante un certo impianto lineare e didascalico (continue sono le scritte per agevolare la ricettività dello spettatore), il film sembra inseguire reiteranti capovolgimenti ellittici, pronti a rimarcare quell'atmosfera ascetica insita nella trama, ma colpevoli, in egual modo, di raggelare le emozioni e trasformarle in espressioni pericolosamente estetizzanti e compiaciute. La dicotomia tra sostanza e apparenza è assai evidente, soprattutto quando il regista prova ad avvicinarsi ai corpi dei due protagonisti dell'amore bestiale; rare sono le scene, anche in quelle di guerra e nei meravigliosi paesaggi di montagna, di assoluta intensità emotiva. Cinema che debolmente scandaglia l'animo dei suoi personaggi, con lucidità e spietatezza penetrante, ma che si perde alla ricerca della devastazione, dell'angoscia e del disorientamento, attraverso un linguaggio lirico troppo spesso rivelandosi costruito e artefatto.

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