FESTIVAL DI ROMA 2009 - "Alza la testa", di Alessandro Angelini (Concorso)

Dopo il più che convincente esordio di L’aria salata, questo secondo lungometraggio del regista appare diviso in due. Molto più riuscito nella descrizione del rapporto padre figlio, appare invece più dispersivo nel viaggio del protagonista anche sottolineato da una scrittura troppo carica di dettagli. Castellitto mette in gioco tutto se stesso, anima e corpo, anche in modo eccessivo

alza la testaÈ un film diviso in due Alza la testa. C’è un prima e un dopo. Senza soluzione di continuità. E lo è pure da un punto di vista di spazi, sempre isolati ma non più chiusi ma luoghi di confine. Mero, operaio di un quartiere nautico, è un padre single che si dedica completamente al figlio Lorenzo, nato da una relazione con una donna albanese. L’uomo ha un unico scopo nella vita: farlo diventare campione di boxe. Così lo allena duramente giorno per giorno e i suoi sacrifici sembrano avere un risultato. All’improvviso però questo equilibrio viene spezzato.
In Alza la testa si riconosce sicuramente lo sguardo di Angelini, al suo secondo film dopo il più che convincente esordio di L’aria salata. Come quella pellicola, anche qui c’è un rapporto difficile e sanguigno tra padre e figlio e una delle parti più riuscite è proprio nel modo in cui descrive questo attaccamento morboso di Mero nei confronti di Lorenzo che culmina nella scena in cui va dalla ragazza con la quale ha appena iniziato una relazione e le chiede di star lontano da lui. Sono presenti anche alcuni squarci documentaristici in cui il cineasta sembra catturare frammenti di realtà e anche di intimità. Castellitto mette in gioco tutto se stesso, anima e corpo, a volte anche senza controllo ed appare positiva anche la prova di Gabriele Campanelli nei panni di Lorenzo. Rispetto al primo film però, si sente in modo troppo eccessivo il peso della scrittura. Alza la testa è infatti carico di dettagli, di azioni continuamente sottolineate, di gesti che si ripetono, di reazioni di dolore visibili ed eccessivamente caratterizzate e ciò è evidente soprattutto nel viaggio finale di Mero. Da quel momento il film cambia marcia e sembra diventare un’altra storia, vicina per certi aspetti anche al cinema di Carlo Mazzacurati in questo continuo rapporto tra il corpo e lo spazio. Il paesaggio continua a inghiottire Mero e il transessuale Sonia, sempre alle prese con azioni fulminee, immediate, anche istintive. Ma se l’atmosfera in qualche modo resta, l’attrazione si è gradualmente dissolta. Alla fine anche Sonia ‘alza la testa’. Ma non è più la stessa cosa.
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