FESTIVAL DI ROMA 2009 - "The One Man Beatles", di Cosimo Messeri (L'Altro Cinema - Extra)
Il giovane Cosimo Messeri con la camera in spalla si butta in campo, attraversa l'oceano e la provincia americana, cerca e trova l’anima del suo fragile loser riuscendo quasi miracolosamente a tratteggiare un toccante profilo non solo umano e artistico, ma persino storico-sociale
La canzone che sentiamo all’inizio sembra proprio cantata dalla voce di Paul McCartney. Chitarrismi acustici, vocalizzi orecchiabili e dal timbro che sembra provenire direttamente da Red Rose Speedway o Band on the Run. Ma non è così, sebbene l’autore della canzone in questione nella sua breve carriera musicale sia stato più volte accostato al bassista di Liverpool (al punto che in molti all’epoca pensarono si trattasse della stessa persona sotto falso nome). E così, sin dall’inizio di The One Man Beatles, ci scopriamo spiazzati, da un’affinità non solo vocale ma anche qualitativa, e subito incuriositi, nuovamente innamorati di un sound che rimanda alla memoria le melodie pop di un periodo musicale – la fine degli anni ’60 – artisticamente insuperabile e leggendario. Emitt Rhodes, l’autore della canzone e il personaggio su cui è incentrato questo piccolo gioiello documentario di poco meno di un’ora prodotto da Angelo Barbagallo e diretto dal giovane Cosimo Messeri, è stata una delle tante geniali e sfuggenti meteore di quegli anni. E la sua storia – che quasi nessuno conosce – è emblematica di certi meccanismi produttivi ed esistenziali soggiacenti al mondo musicale contemporaneo.
Nato nel 1950 a Decatour, in Illinois, Rhodes fu cantante, autore e polistrumentista, prima membro del gruppo pop dei Merry-Go-Round e successivamente compositore di ben tre album solisti tra il 1970 e il 1973, finchè improvvisamente, dopo alcuni problemi contrattuali e famigliari, proprio alle fine del 1973 finì con il perdersi nel più assoluto anonimato. Il giovane Cosimo Messeri con la camera in spalla si butta in campo, attraversa l'oceano e la provincia americana, cerca e trova l’anima del suo fragile loser riuscendo quasi miracolosamente a tratteggiare un toccante profilo non solo umano e artistico, ma persino storico-sociale; tanto che la parabola discendente di Rhodes potrebbe quasi esser presa a modello come fine dell’utopia dell’autorialità musicale all’interno dell’industria e, soprattutto, dell’estrema difficoltà all'interno del sistema di conciliare genio e produzione.
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