FESTIVAL DI ROMA 2009 - "Julie & Julia", di Nora Ephron (Fuori Concorso)
Desta ancora una volta una ammirata sorpresa la naturalezza con cui Meryl Streep si cala nel suo personaggio accettando le infinite sedimentazioni di cui la figura di Julia Child è composta, a partire dalle strampalate apparizioni in tv nel suo programma di ricette, fino addirittura all’imitazione storica che ne faceva Dan Aykroyd al Saturday Night Live. Feticcio allora perfetto per l’operazione imbastita dalla Ephron, autrice come sempre anche dello script, che stratifica l’una sulle altre una cospicua quantità di fonti
Sembra che ormai il cinema americano abbia deciso di saccheggiare con una certa frequenza le stanze dello Smithsonian Museum, dove la stessa Amy Adams, protagonista di questo ritorno sul grande schermo di Nora Ephron a quasi cinque anni di distanza dall’ultimo Vita da Strega, dava vita alla leggendaria aviatrice Amelia Earhart nel secondo modesto Una notte al museo di Stiller/Levy. Se pensiamo che è sempre negli androni dello Smithsonian che Shia LaBoeuf e compagni recuperano il vecchio autobot in letargo Jetfire nella Vendetta del Caduto, allora diventa facile iniziare a guardare alle mura del Museo come una sorta di Vaso di Pandora del Cinema, che una volta scoperchiato dagli sguardi dei registi più diversi (come possono esserlo Bay e la Ephron, appunto…) libera le immagini dei fantasmi di un passato di celluloide. Da questo punto di vista la sequenza da custodire di questo Julie & Julia è proprio quella conclusiva, con la Adams che va a visitare la cucina di Julia Child, icona della letteratura culinaria americana, custodita appunto allo Smithsonian: dopo aver parlato brevemente con una foto della Child e avere offerto un panetto di burro all’icona in maniera quasi religiosa, per grazia ricevuta, l’attrice scompare lungo il corridoio, e la mdp resta sulla cucina vuota – che all’improvviso si abita degli spettri di Julia (Meryl Streep) e suo marito Paul (Stanley Tucci), che stanno per pranzare insieme. Per un solo, brevissimo momento, le due storie parallele di Julie e Julia abitano lo stesso spazio continuando a non incontrarsi. E’ per questo che desta ancora una volta una ammirata sorpresa la naturalezza con cui Meryl Streep si cala nel suo personaggio accettando le infinite sedimentazioni di cui la figura della Child è composta, a partire dalle strampalate apparizioni in tv nel suo programma di ricette (re-interpretate dalla Streep per l’occasione), fino addirittura all’imitazione storica che ne faceva Dan Aykroyd al Saturday Night Live (qui la cineasta ha la brillante intuizione di non mostrarci mai le fattezze della reale Julia Child, ma al massimo, appunto, la versione di Aykroyd). Feticcio allora perfetto per l’operazione imbastita dalla Ephron, autrice come sempre anche dello script, che stratifica l’una sulle altre una cospicua quantità di fonti: innanzitutto il blog – poi pubblicato in volume in libreria – di Julie Powell (la Adams), che decide di documentare
on line la sua impresa di preparare le 524 ricette contenute nel libro di Julia Child Mastering the Art of France Cooking nell’arco di 365 giorni; parallelamente, la regista ricostruisce la storia che ha portato alla pubblicazione proprio di quel libro, iniziata a Parigi nel 1948 e raccontata dalla Child nel libro My life in France; in più, la sceneggiatura utilizza massicciamente la corrispondenza recuperata tra Julia, la sorella, e l’amica di penna Avis. Mentre le immagini si sporcano gioiosamente di burro, salse, ripieni e condimenti di ogni tipo, scorre dunque l’ennesimo manuale di racconto firmato da Nora Ephron, continuando allo stesso tempo però un’operazione sulle tracce (anche virtuali, ripensiamo a C'è posta per te) della memoria, che sembra essere diventata la piccola ossessione personale dell’ultima fase del suo percorso creativo (l’operazione su Vita da Strega o sul mix di generi di Magic Numbers ne sono gli esempi precedenti).
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