FESTIVAL DI ROMA 2009 - "Broderskab" (Brotherhood), di Nicolo Donato (Concorso)
L'esordio al lungometraggio del giovane regista danese, di origini italiane, è di forte impatto: si parla di omosessualità, violenza e razzismo. Due giovani si ritroveranno inevitabilmente invischiati. In odore di Marco Aurelio d'Oro, perché sembra imboccare la strada giusta per convincere pubblico e critica
Nella notte un giovane omosessuale, alla sua prima esperienza con un uomo, viene adescato e pestato selvaggiamente da un gruppo di estrema destra. Contemporaneamente, un giovane militare viene cacciato dall'esercito perchè sospettato di molestare i suoi compagni di caserma. Due episodi lontani che, inevitabilmente, alla fine si incroceranno. L'ex militare Lars, dalle idee progressiste, per motivi famigliari e delusioni esistenziali, si ritrova a far parte, contro la sua indole pacifista e tollerante, dello stesso gruppo estremista picchiatore, che, costituitosi come un vero movimento gerarchico, ha l'obiettivo di ripulire le strade dagli impuri: mussulmani, neri, froci, pur bevendo birra biologica e difendendo la natura dagli ogni attacco “esterno”. Pulizia è la parola d'ordine. Ma l'ordine viene scombussolato quando uno dei più fidati e rispettati del gruppo, Jimmy, si lascia andare proprio con Lars, appena insediatosi. Il giovane regista danese, al suo esordio nel lungometraggio dopo un passato da videoclipper, è sicuramente in odore di Marco Aurelio d'Oro, perché sembra imboccare la strada giusta per convincere pubblico e critica. Ben strutturata, l'opera mostra anche un certo equilibrio narrativo, riscuotendo trasversalmente il consenso degli spettatori. D'impatto forte, con un'iniziale caccia al gay, il film trova lentamente anche una chiave ironica e sentimentalista, senza mai tralasciare definitivamente la dura realtà di una società contemporanea sempre più incapace di accogliere e integrare. Scorporata definitivamente, forse, dal mortifero testamento “dogma 95” (Nicolo Donato è stato in passato assistente alla Zentropa di Lars Von Trier), la pellicola, invece, ricorda in modo più evidente un certo cinema italiano, quello di ultima generazione, capace a volte (purtroppo assai raramente) di stratificare sociale, ideologie, passioni represse. Si muove totalmente in un contesto livido, in un limbo scricchiolante, tra la quiete e la tempesta, denunciando le contraddizioni stridenti dell'esaltazione umana. Buon film, niente di eccezionale, anche perché sembra non perdere mai la retta via, dell'intreccio descrittivo e senza sbavature, del messaggio impegnato e duro, anche se l'impressione è quella di voler porre nazismo e violenza in secondo piano rispetto alla storia d'amore. Anche la ricerca delle immagini è senza fronzoli estetizzanti e tecnicistici, pur se impastata di cliché cinematografici assai resistenti alla tempesta.
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