FESTIVAL DI ROMA 2009 - "Marpiccolo", di Alessandro Di Robilant (Alice nella città)

Dal romanzo Stupido di Andrea Cotti, un noir urbano sgraziato e claustrofobico, immerso dentro i grigi di Taranto che appare come un set impermeabile. C'è qualche simbolismo di troppo ma il cuore malato di questo film batte con estrema sincerità anche grazie ai volti potenti di Giulio Beranek e un sempre più sorprendente Michele Riondino

marpiccoloE' uno spazio continuamente tagliato e segmentato quello di Marpiccolo, tratto dal romanzo Stupido di Andrea Cotti. Dalle presenze di palazzi informi, dai fumi dell'Ilva, dalle corse in moto del protagonista Tiziana, da un antenna messa vicino a un asilo. Il film di Di Robilant ha la capacità di far respirare ed estendere il luogo in maniera simile alla Napoli di Fortàpasc di Risi, di tratteggiare col necessario istinto questo 'diario di un malvivente' annegandolo dentro lo scenario di un noir urbano. Il diciassettenne Tiziano vive nel quartiere Paolo VI nella zona sud di Taranto dove gran parte delle attività sono gestite abusivamente o uillegalmente. La sua famiglia è piena di problemi e lui inizia a fare dei lavoretti per il boss Tanio. Il suo futuro sembra così segnato quando finisce in un carcere minorile.
Di Robilant disegna efficacemente il quadro di un degrado soprattutto familiare, senza sconti. Marpiccolo sembra infatti ritrovare quello spirito civile e quell'energia di Il giudice ragazzino e, anche grazie ai volti di Giulio Beranek e di un sempre più sorprendente Michele Riondino, appare una pellicola di immediato impatto, essenziale nel disegnare questa graduale discesa, con alcuni momenti anche incalzanti come il furto nella villa del boss o gli scontri col rivale in prigioni. Certo, a volte si averte la presenza di qualche eccessiva sottolineatura delle azioni del protagonista (il momento in cui esegue l'omicidio su commissione) o qualche simbolismo di troppo (la presenza/parallelismo di Cuore di tenebra di Conrad). Però ciò che attira del film è proprio questo suo essere sgraziato, immerso in quei cromatismi grigi saturi che creano già quella sensazione di opprimente claustrofobia. Appare un set impermeabile quello di Marpiccolo. Uno spazio predestinato da cui è impossibile fuggire. Ed è proprio nell'aspirazione a una rottura col proprio passato (e quindi con la propria famiglia) da parte di Tiziano o anche nella sconfortata rassegnazione di non farcela che sta il cuore di un film anche malato, ma anche così prepotentemente diretto nella sua sincerità.  

 

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