TORINO 24 - "Manoro (The Teacher)" di Brillante Mendoza (Concorso)

Il film di Mendoza sconta numerosi difetti, una semplicità di racconto ai limiti dell'ingenuità e del didascalico, ma riesce comunque a trovare una sua forza e una sua dignità. Anche perché, nel suo chiaro intento progressista, non tace degli aspetti oscuri, dei rischi per l'identità del popolo

A metà tra il documentario e la fiction, Manoro racconta della lunga lotta contro l'analfabetismo delle popolazioni montanare delle Filippine. Dopo l'eruzione del monte Piantubo associazioni non governative hanno provveduto all'istruzione primaria delle nuove generazioni, che, una volta diplomate, hanno cercato d'insegnare a leggere e a scrivere agli anziani delle montagne, affinché potessero, per la prima volta, esprimere il loro diritto di voto. Brillante Mendoza (al suo terzo lavoro dopo The Masseur e Summer Heat) prende a modello la storia vera della giovane Jonalyn Ablong, tredicenne della comunità Aetas, e costruisce un racconto semplice con l'intento di mettere in scena lo scontro tra l'entusiasmo civile delle giovani generazioni e l'atavica diffidenza verso le istituzioni dei più anziani. Una semplicità che sfiora i limiti dell'ingenuità e dell'evidenza didascalica, come nella scena in cui Jonalyn piange per l'indifferenza del nonno che  preferisce andare a caccia piuttosto che votare. Epperò, aldilà dei difetti e della povertà dei mezzi (il film è girato in un digitale a bassissima definizione), Manoro riesce a trovare comunque una sua forza e una sua profondità. Rimane un esempio dignitoso di cinema civile, libero da pregiudizi, l'espressione di una volontà d'impegno progressista e democratico. Un impegno tutto intellettuale, se vogliamo, ma in ogni caso decisamente condivisibile. Anche perché non tace sugli aspetti più utilitaristici di questa politica di alfabetizzazione ancora superficiale: lo sfruttamento delle popolazioni a fini elettorali, la corruzione, il voto di scambio. Al punto da trovare un equilibrio tra il punto di vista della ragazzina entusiasta e il disinteresse dell'anziano nonno, completamente assorbito da una rapporto più immediato, "naturale" con la vita. Il momento in cui offre il cinghiale agli amici, il banchetto e il ballo, quel finale così fresco, naif, riesce quasi ad essere una poesia, un'invocazione panteistica, una celebrazione alla sofferta dignità di un popolo. E in quelle immagini sgranate, sempre sul punto di perdere una chiara leggibilità, c'è quasi il presentimento di una perdita d'identità forzata.

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