CANNES 61 - "Now Showing" di Raya Martin (Quinzaine des réalisateurs)

Martin conserva con un rigore inferiore praticamente solo al connazionale Lav Diaz (del cui capolavoro Ebolusyon si intravede in Now showing un poster appeso) l’illusione di stare “davvero” occupando uno spazio autentico, con l’annesso senso di apertura sugli eventi e sul possibile che si porta dietro, tanto promettente quanto paralizzante. È precisamente questa paralisi che spinge Rita a fuggire

Now ShowingTra i maggiori esponenti della nuova ondata filippina, Raya Martin sposta parzialmente il tiro rispetto al film che lo ha rivelato al mondo festivaliero internazionale (A short film about indio nacional). Quattro ore e quaranta girate nell’arco di svariati anni, incentrate su Rita, che nella prima parte vediamo bambina insieme alla madre, e nella seconda, ormai cresciuta, commessa in un negozio di dvd pirata che spera di poter fuggire all’estero (come poi farà). Zampata geniale: la cesura tra le due parti è un lungo inserto di found footage, di film degli anni 30 interpretati dalla nonna attrice di Rita (che si chiama così in onore della Hayworth), un lungo squarcio privo di sonoro, di fascinazione puramente visiva, con una sensibilità quasi sokuroviana per ciò che la pellicola è fisicamente capace di trattenere e rubare al tempo. Zampata geniale perché questa fascinazione primordiale verso il puro e semplice scorrere delle immagini (anche proiettate al contrario) ha molto da dire, per analogia, sulla regia di Martin nel resto del film, preoccupata quasi per niente di percorrere le linee narrative della storia, ma molto di più di inseguire nella prima parte le pulsazioni disordinate del set, e nella seconda (girata con una camera a mano molto meno convulsa) la disorientante indeterminazione di un vivere privo di vere coordinate che non siano quelle dell’apparenza immediata in quello che di volta in volta è il “qui ed ora”. Dentro una cacofonia spesso frastornante di rumori di scena in presa diretta pressoché privi di filtro, la macchina a mano di Martin si cala in un contesto ultrareale e, senza smettere di descrivere la sua storia particolare e paradigmatica, concede ai fenomeni e alle azioni tutta l’estensione temporale che serve loro, stando anche varie decine di minuti a fissare madre e figlia che guardano la tv, o accompagnando quasi per intero Rita nel suo viaggio in autobus verso l’aereoporto. In questo modo, Martin conserva con un rigore inferiore praticamente solo al connazionale Lav Diaz (del cui capolavoro Ebolusyon si intravede in Now showing un poster appeso) l’illusione di stare “davvero” occupando uno spazio autentico, con l’annesso senso di apertura sugli eventi e sul possibile che si porta dietro, tanto promettente quanto paralizzante. È precisamente questa paralisi che spinge Rita a fuggire. Una paralisi probabilmente tutta filippina (come asserisce la stessa Martin), ma che un po’ di universale ce l’ha, essendo fondata sul disagio troppo umano dell’esserci, qui ed ora, in uno spazio che trasuda da tutte le parti “Mass, Size, Movement”, come la stessa Rita ripete per parecchi minuti nel tentativo di imparare la sua lezione di fisica. “Mass, Size, Movement” mescolati in un’entropia caotica che il giovanissimo Martin (24 anni) riesce a dominare e assecondare con impressionante maturità. E riesce a fronteggiare così la massima ambizione cinematografica possibile: inseguire il presente nella sua evanescenza, nel suo essere una chimera inconsistente, aggrappandosi il meno possibile al salvagente della narrazione.

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